Michelangeli Arturo Benedetti

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Brescia 5 gennaio 1920 – Lugano 12 giugno 1995

Tempo di lettura:

5 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Musicista, pianista, direttore d’orchestra

 
Arturo Benedetti Michelangeli è considerato uno dei più grandi interpreti del Novecento del repertorio pianistico ed è celebre per la maestria, il perfezionismo nello studio e nell’esecuzione, l’alone di leggenda e il carattere di evento che circondava le sue esibizioni nei teatri e nelle sale da concerto di tutta Europa. Celebrati, da critici e ammiratori, la sua tecnica prodigiosa, il nitore del suono, la delicatezza del tocco, l’espressività delle interpretazioni. Una schiera di ammiratori di tutto il mondo seguì la carriera di colui che è considerato un genio assoluto nella storia della musica.
Ammesso giovanissimo (a 4 anni) al Civico Istituto Musicale «Venturi», continuò gli studi col maestro Chimeri e, a Milano (a 11 anni), col maestro Anfossi ove si diplomò (1934); partecipò allo “Ysaÿe International Festival” di Bruxelles, suo primo concerto internazionale (1938); si classificò primo assoluto al Concorso Internazionale di Ginevra (1939) venendo paragonato da insigni membri della giuria al «Nuovo Liszt». Fu titolare della Cattedra di Pianoforte, per “chiara fama”, nel Conservatorio Musicale di Bologna dal 1940, poi di quella dei Conservatori di Venezia (1945) e di Bolzano (1950-59); fondò e diresse una Scuola di perfezionamento a Moncalieri (Torino) nel 1961. Inoltre svolse annuali corsi estivi per giovani concertisti di ogni paese nell'Accademia Pianistica Internazionale di Arezzo (1963).
Nella sua città animò le stagioni concertistiche della Società dei concerti nell’immediato dopoguerra, facendone l’occasione per riaffermare, anche in chiave musicale, la rinascita di Brescia dopo la fine del conflitto mondiale. Fondò il Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo (1964) e ne fu il direttore artistico per tre anni; dal 1969 si stabilì in Svizzera a Lugano, poi a Ginevra, indi a Monaco (1971) ove, in estate, tenne corsi anche gratuiti di perfezionamento di interpretazione pianistica. Tornò in Italia solo per concerti di beneficienza: nel 1977 e nel 1987 nella sala Nervi in Vaticano. Risale al 1980 il suo ultimo concerto a Brescia, in ricordo di Paolo VI. In precedenza era stato protagonista di memorabili concerti tenuti alla Scala di Milano, al Maggio Musicale Fiorentino, alla Fenice di Venezia, al San Carlo di Napoli, all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Il concerto di Amburgo del 7 maggio 1993 ha rappresentato l'ultima apparizione in pubblico dell'artista.
Le registrazioni di Benedetti Michelangeli sono considerate un punto di riferimento assoluto, che si tratti di brani di Debussy o Scarlatti, Chopin o Ravel, Schumann, Beethoven o Brahms.
La sua unica attività come compositore riguarda l’armonizzazione di diciannove canti popolari che dedicò alla S.A.T. di Trento.
Benedetti Michelangeli è stato anche generoso sostenitore di opere di carità che vanno da un ospedale ad Araripina (Pernambuco) in Brasile in cui, attraverso la Fondazione Marcello Candia, ha finanziato la costruzione di una sala parto, a una missione umanitaria in Cambogia nel 1980.
È stato accademico della Filarmonica Romana, dell'Accademia Cherubini di Firenze, dell'Accademia Santa Cecilia di Roma.
È stato socio corrispondente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti di Brescia dall’11 dicembre 1971.
Brescia lo ha ricordato con la mostra “Il grembo del suono” (1996) a palazzo Martinengo e intitolandogli la piazzetta su cui si affaccia il Conservatorio cittadino.
Arturo Benedetti Michelangeli riposa nel cimitero di Pura in Svizzera.

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 09:56

Gei Renato

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Brescia, 1 febbraio 1921 - Nave, 20 maggio 1999

Tempo di lettura:

2 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Calciatore e allenatore

Orgogliosamente bresciano, Renato Gei ha solo sedici anni quando esordisce nella formazione maggiore delle Rondinelle. Nel 1937, il Brescia gioca in Serie C e proprio grazie al gol segnato da Gei nello spareggio contro la Reggiana, la squadra cittadina viene promossa in B. Gei indossa la maglia azzurra fino al campionato 1940-41, quando a vent’anni, con 25 gol è il capocannoniere della Serie B. Viene acquistato dal Grande Torino, che lo passa subito alla Fiorentina. Nella squadra gigliata, che quell’anno si classifica seconda, segna 18 reti e nella lista dei migliori realizzatori di Serie A si piazza dietro solo a Silvio Piola. Nel 1948 veste la maglia della Sampdoria e nel 1951 viene convocato nella Nazionale; Renato Gei scende in campo a Lugano contro la Svizzera. Torna poi a Brescia, dove gioca dal 1953 al ’55.
Intensa e ricca di soddisfazioni è anche la sua carriera di allenatore. Inizia al Pavia, passa poi alla Sampdoria, e quindi porta il Genoa dalla Serie B alla A. Torna a Brescia nel 1965 e successivamente siede sulle panchine di Lazio, Lecco, Atalanta, Casertana e Parma. Con Renato Gei in panchina il Brescia conquista una promozione in Serie A, ne sfiora una seconda, e per due volte riesce a rimanere nella massima categoria. Gei si ritira dell’attività calcistica nel 1977.

 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:14

Micheletti Luigi

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Brescia, 10 agosto 1927 - Ome, 16 dicembre 1994

Tempo di lettura:

4 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Partigiano, imprenditore, creatore dell’archivio di storia contemporanea e ideatore del Musil

Secondo dei tre figli di Giuseppe, tranviere, e di Maria Scalvini, Luigi Micheletti nasce nel cuore dell’estate del 1927, nel popolarissimo quartiere di Campo Fiera. Subito dopo la scuola dell’obbligo lavora nelle botteghe artigiane dei Pizzarelli e di Gatti e poi dagli idraulici Valli e Meneghini, nomi noti dell’antifascismo socialista bresciano. Nel ’44 aderisce al Fronte della Gioventù di Brescia e partecipa alla Resistenza combattendo suoi monti con la 122a Brigata Garibaldi. Ancora ventenne viene assunto dall’impresa impiantistica Isva, e diviene in breve tempo responsabile e capo. Nel 1952 sposa Angela Dalè, avrà due figlie: Bruna e Anna Maria. Nel 1955 si mette in proprio e fonda la Luigi Micheletti Impianti Idrotermosanitari. Diventa membro del direttivo dell’Associazione Bresciana Installatori e costituisce la Unicom Spa, società che opera in tutta Italia e della quale Micheletti è consigliere delegato. Nel 1974 l’ultimo impegno imprenditoriale, la costituzione della Sirco. Nel frattempo cresce l’attività civile e sociale: diventa segretario provinciale e poi vicepresidente dell’Anpi, ed è tra i fondatori del Gruppo Gnari dè Campo Féra.
Dopo un viaggio in Cecoslovacchia, compiuto nel 1958, in visita ai luoghi dello sterminio nazista, nasce l’idea di dedicarsi alla creazione di un centro di ricerca sulla storia contemporanea. Micheletti dà le dimissioni da amministratore della Unicom ed inizia la sua tenace e meticolosa attività di raccolta e documentazione. Nasce così l’Archivio di Storia della Resistenza, che con il tempo si allarga a nuove raccolte del periodo della Repubblica Sociale e a tutta la storia contemporanea italiana. Nel 1974 l’Archivio Micheletti, ormai diventato punto di riferimento di numerose ricerche e pubblicazioni, ottiene il primo riconoscimento ufficiale dalla Soprintendenza regionale archivistica e nel 1981 diviene Fondazione riconosciuta giuridicamente dalla Regione Lombardia. Nel 1986 Luigi Micheletti viene nominato Grand’Ufficiale. In quegli anni nasce anche l’idea di approfondire lo studio della storia industriale e del lavoro della provincia di Brescia. Il progetto è di creare un museo dell’industria e del lavoro, il Musil, che nell’intenzione di Micheletti, dovrebbe trovare la sua sede idonea nell’area delle fabbriche dismesse contigua al quartiere di Campo Fiera.
Muore a Ome il 16 dicembre 1994.

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:30

Goffi Tullo

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Prevalle, 8 giugno 1916 - Brescia, 13 ottobre 1996

Tempo di lettura:

3 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Sacerdote, insegnante, teologo e moralista

Nato a Prevalle durante i tempi difficili della Grande Guerra, lascia la casa paterna per entrare subito dopo la scuola elementare, nel Seminario vescovile di Brescia, dove ben presto si distingue negli studi. Nel 1939, non ancora sacerdote, viene inviato a Roma, all’Università Lateranense per conseguire il dottorato in Diritto Canonico, che secondo le disposizioni dell’epoca, lo avrebbe abilitato all’insegnamento della Teologia morale. Viene ordinato sacerdote da mons. Giacinto Tredici, nella cattedrale di Brescia, il 23 marzo 1940. Completati gli studi, dopo l’8 settembre 1943, rimane a Brescia. Nel 1946 inizia l’insegnamento di Teologia morale in Seminario, cattedra che mantiene fino all’anno accademico 1995-96, pochi mesi prima della morte.
Intensa è l’attività nel seminario bresciano, dove risiede stabilmente per cinquant’anni. Ma non meno prestigioso è il suo ruolo accademico fuori Brescia. Nel 1956 gli viene affidato l’incarico di un corso speciale alla Facoltà Teologica di Milano, è l'inizio dell’attività di docente poi continuata alla Facoltà Teologica Interregionale. In questi anni Tullo Goffi è figura di spicco del rinnovamento della Teologia morale in Italia, ruolo che viene riconosciuto con la sua elezione a primo presidente dell’Associazione Teologi Italiani per lo Studio della Morale (Atism); incarico che ricopre dal 1966 al 1975. E’ tra i fondatori della Rivista di Teologia Morale ed è chiamato a far parte della Commissione per il Catechismo nazionale. Nel 1984 accetta anche la cattedra presso l’Istituto ecumenico San Bernardino di Venezia.
Uomo di grande cultura e maestro di spiritualità, lascia un grande segno nella vita culturale non solo bresciana. Convinto assertore della necessità di attuare a fondo la svolta operata dal Concilio Vaticano II, è autore di numerosissime pubblicazioni, molte delle quali tradotte anche in altre lingue,  a testimonianza della sua partecipazione significativa al dibattito internazionale sui temi della morale cattolica.
Muore, dopo una lunga e dolorosa malattia, il 13 ottobre 1996.


 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:12

Manziana Carlo

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Brescia, 26 luglio 1902 - Brescia, 2 giugno 1997

Tempo di lettura:

4 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Sacerdote oratoriano, deportato a Dachau, Vescovo di Crema

Figlio unico dell’avv. Giuseppe Manziana e di Luisa Damioli, Carlo viene alla luce il 26 luglio 1902, in via Trieste. Il padre è esponente di spicco del mondo cattolico bresciano e in quell’ambiente il giovanissimo Manziana si forma. Studia al Collegio Cesare Arici, al tempo diretto dai Gesuiti, ma nel frattempo si avvicina sempre di più al vivacissimo Oratorio dei Padri della Pace. Partecipa alla San Vincenzo e al gruppo che ruota attorno alla rivista “La Fionda”,  promossa da Andrea Trebeschi con il sostegno di Giovanni Battista e Ludovico Montini, Giuseppe Cottinelli e Ottorino Marcolini. Nel 1921 va a Roma, dove si iscrive all’Università La Sapienza  e dove frequenta la folta compagine di bresciani che vi abitano e vi operano stabilmente. In questo periodo diventa più intensa l’amicizia con don Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI. Nella primavera del 1924 matura la decisione di abbracciare la vita religiosa e a novembre entra nella Congregazione dell’Oratorio della Pace. Il 2 gennaio 1927, assieme al confratello padre Marcolini, viene ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia mons. Giacinto Gaggia.                                             Nel 1933 viene nominato assistente ecclesiastico della Fuci, la federazione degli universitari cattolici. Nel 1939 è nominato vicario del preposito Padre Bevilacqua. Già prima dell’8 settembre 1943 costituisce un gruppo di sacerdoti e giovani che si oppongono al regime fascista e diffondono, in collaborazione con l’Editrice Morcelliana, le opere degli autori cattolici europei quali Jacques Maritain e Romano Guardini. Il 4 gennaio 1944,  padre Carlo Manziana viene fermato da agenti dello spionaggio tedesco e incarcerato, prima a Canton Mombello e poi a Verona. Nel febbraio 1944 viene deportato a Dachau. Liberato dagli americani il 29 aprile 1945, si ferma in Germania per prestare la sua opera di assistenza. Tona a Brescia, alla Pace, nel luglio del ’45. Insegna nei licei, al “Calini” e poi all’ “Arnaldo”, ed è assistente ecclesiastico dell’Editrice Morcelliana. Il 2 febbraio 1964 viene consacrato vescovo e viene destinato a Crema. Numerosi sono gli incarichi ricoperti in seno alla Conferenza episcopale italiana, dopo l’intensa attività svolta durante il Concilio Vaticano II.  Rinuncia alla cattedra vescovile nel settembre del 1981 e dagli inizi del 1982 si ritira a Brescia, al Centro sociale di via Chiusure dove continua ad essere punto di riferimento culturale e spirituale. Si spegne serenamene, all’Oratorio della Pace, la sera del 2 giugno 1997, dopo 73 anni di vita religiosa, 70 anni di sacerdozio e 33 anni di episcopato.

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 09:58

Menni Madre Eugenia Agnese Maria

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Trenzano (Brescia), 21 gennaio 1926 - Brescia, 31 marzo 2000

Tempo di lettura:

3 min

Aree tematiche
Anni 2000 - 2009

Descrizione

Descrizione

Religiosa, madre generale delle Ancelle della carità

Dopo aver maturato una sensibilità particolare per l’insegnamento si iscrive all’Istituto magistrale “Gambara”. In città viene ospitata nel convitto delle Ancelle della carità. Dopo il diploma, la giovane si dedica per un breve periodo all’insegnamento elementare, prima di abbracciare la vita consacrata, accedendo al noviziato delle Ancelle della carità di Brescia il 15 ottobre 1946. Il 10 marzo 1954 prende i voti perpetui col nome di suor Eugenia.
Dal 1981 al 1999, Eugenia Menni è superiora generale della sua congregazione. Si tratta di uno degli istituti religiosi femminili più importanti d’Europa.
Durante i suoi generalati favorisce l’impegno dell’Istituto in alcune direzione innovative. A queste corrispondono nuove istituzioni, tra le quali si segnalano: nel 1987 la cooperativa di solidarietà “Comunità nuova” e la Lavanderia di socializzazione; nel 1989 la comunità “Nuova genesi”, centro famiglia per ammalati di Aids; nella seconda metà del 1990 inizia l’assistenza agli immigrati pachistani, albanesi e marocchini in casa madre; nel 1991 la costituzione di “Casa Gabriella”, centro di prima accoglienza per i bambini provenienti dal Kossovo. In questi stessi anni la congregazione potenzia la propria presenza in terra di missione, ma soprattutto rilancia l’impegno originario nell’ambito sanitario e ospedaliero.
Del 1987 è la realizzazione della casa di cura “Domus Salutis”, mentre nel 1994 viene inaugurata la clinica S. Clemente a Mantova. Nel 1996 si completano i lavori per la realizzazione del nuovo padiglione della “Domus Salutis” dedicato all’assistenza dei malati terminali. Nel 1997 si conclude la complessa operazione consistente nella realizzazione, a sud-est della città, del nuovo ospedale che sostituisce la storica struttura di via Calatafimi: nasce così a Brescia la Nuova Poliambulanza.

Ultimo aggiornamento

09/10/2024, 11:53

Piemonte Mauro

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Meda 28 marzo 1915 – Brescia 8 luglio 1999

Tempo di lettura:

6 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Medico primario, esperto di cure radioterapiche di fama internazionale, amministratore locale

Brianzolo di nascita e bresciano di adozione, Mauro Piemonte è stato un apripista nelle cure oncologiche radioterapiche, primario per moltissimi anni dell’Istituto del Radio «Olindo Alberti» presso gli Spedali Civili, maestro di una scuola di medici e formatore di numerosi allievi che hanno occupato ruoli di assoluto rilievo nei presidi sanitari pubblici e privati di tutta Italia.
Laureatosi in Medicina all’Università di Milano nel 1939, iniziò la sua carriera ospedaliera e accademica all’Istituto di patologia generale e in seguito presso l’Istituto di radiologia. Durante la guerra interruppe l’iter professionale e divenne Ufficiale medico del Reggimento Savoia cavalleria: con esso partecipò alla Campagna di Russia dove meritò la medaglia di bronzo al valore militare. Rientrato in Italia alla fine del 1943, fu assegnato alla Scuola di cavalleria di Pinerolo. Qui dopo l’8 settembre fu fatto prigioniero dai tedeschi che lo deportarono in Germania, nel campo di concentramento di Luckenvalde, dove fu internato fino all’aprile del 1945.
Finita la guerra e rientrato in Italia, fece parte dell’équipe medica dell’Istituto di Radiologia dell’Università di Milano che aveva sede presso l’Istituto Nazionale per lo studio e la cura dei tumori. Conseguì due specializzazioni in Radiologia medica e due idoneità alla cattedra di Radiologia di Pisa (1956) e Palermo (1958). Ebbe la libera docenza per l’insegnamento universitario di Radiologia nel 1951.
Dopo la lunga parentesi universitaria, nel 1959 vinse il concorso per primario dell’Istituto del Radio a Brescia, incarico che mantenne fino alla quiescenza nel 1985. Grazie alle sue qualità professionali e umane, e all’importante esperienza accademica maturata, Mauro Piemonte diede all’Istituto del Radio un impulso decisivo dal punto di vista tecnologico, culturale e scientifico facendone un modello didattico, scientifico e terapeutico riconosciuto a livello nazionale e internazionale. La creazione del centro Alte energie e del Reparto degenze – fortemente voluti da Piemonte - fecero dell’Istituto del Radio di Brescia un centro di riferimento, una struttura che aveva poche eguali in Europa, un modello che ha fatto scuola per la riforma ospedaliera nel settore delle discipline radiologiche.
Piemonte propugnò l’idea che il radioterapista dovesse essere prima di tutto un oncologo clinico ed egli stesso divenne un capo scuola nel settore della cancerologia. Si collocano in questo solco il suo approccio pluridisciplinare al paziente oncologico (con l’istituzione delle visite congiunte fra radioterapista e clinico specialista), la serie dei «Corsi per radiologi» da lui promossi che vennero frequentati da medici provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, e infine i «Colloqui dell’Istituto del Radio» a carattere congressuale.
Fautore e promotore della nascente Università degli Studi di Brescia, Piemonte ha svolto attività didattica dal 1976 al 1985 come professore incaricato per la Cattedra di Radiologia. Ebbe anche una vasta produzione scientifica attestata da oltre 200 pubblicazioni e dall’impegno come segretario di redazione della rivista «Radiologia Medica» e condirettore della «Rivista di Radiologia».
Confermò il suo attaccamento a Brescia rinunciando a offerte di cattedra avanzate da altri atenei italiani.
Personalità pubblica di grande rigore morale e forte passione civile, Piemonte non si sottrasse quando la Dc, in una delle fasi politico-amministrative più complicate della città, gli chiese nel 1991 la disponibilità a candidarsi come capolista al Consiglio comunale, con il progetto dichiarato di alcune componenti interne di farne il sindaco della città. Piemonte accettò con senso del dovere, e con spirito di servizio rimase in Consiglio anche dopo che gli equilibri politici portarono prima alla sindacatura di Gianni Panella e poi di Paolo Corsini nel triennio 1991-1994.
Mauro Piemonte è stato anche presidente della Fondazione «Francesco Montini», presidente della Società italiana di Cancerologia, socio effettivo dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti di Brescia dal 10 febbraio 1968. È stato insignito del Premio Brescianità nel 1991. 

 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:13

Bendiscioli Mario

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Passirano 8 gennaio 1903 – 7 luglio 1998

Tempo di lettura:

5 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Letterato, filosofo, storico del cristianesimo, germanista

Mario Bendiscioli ha educato, con il suo insegnamento e con i suoi testi, generazioni di giovani al rigore della ricerca storica e all’amore per la libertà. Ebbe frequentazioni, profonda amicizia e un lungo epistolario con Giovanbattista Montini, futuro papa Paolo VI; frequentò l’oratorio della Pace, e in particolare padre Bevilacqua di cui condivise l’antifascismo intransigente; visse l’esperienza della Fionda con Andrea Trebeschi e Carlo Manziana. Fine germanista, approfondì la cultura tedesca contemporanea e nel 1936 diede alle stampe con i tipi della Morcelliana il saggio «La Germania religiosa nel Terzo Reich» in cui additò in anticipo su molti il neopaganesimo dell’ideologia e della statualità hitleriana.
Durante il periodo bellico il suo antifascismo lo portò per due volte in prigione. Nel dopoguerra approfondì lo studio della Riforma protestante e della Riforma cattolica, sottolineandone più i punti di contatto che di divergenza. Fu prestigioso collaboratore della Editrice Morcelliana e della rivista Humanitas.
Con squisita sensibilità e grande generosità donò la grande casa di famiglia di Passirano alla Caritas perché ne facesse un centro di accoglienza per persone a rischio di emarginazione.
Ed ecco, in dettaglio, il suo curriculum culturale. 
Alunno del Collegio Ghisleri, Mario Bendiscioli si laureò in Lettere nell'Università di Pavia (1925), poi in Giurisprudenza (1934). Svolse una lunghissima carriera nell’insegnamento, prima nelle scuole Superiori, poi nell’Università. Fu docente di Storia e Filosofia nel Liceo Statate di Merano (1927-1933), poi al Liceo «Carducci» di Milano (1934-1945); libero docente (1938), poi titolare della cattedra di Storia del Cristianesimo all'Università di Milano (1939-1952); professore ordinario di Storia medioevale, moderna e contemporanea nell’Istituto universitario di Magistero di Salerno (1952-1959); ordinario di Storia moderna e contemporanea, e Storia
delle religioni nell’Università di Pavia (1952-1977). All’impegno didattico unì quello in istituzioni formative e culturali: fu commissario per la Scuola nel Comitato di Liberazione Nazionale (1945-46); commissario nazionale della Giovantù Italiana
(1947-1948); collaborò alla fondazione dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e ne diresse gli archivi (1949-1956); membro del Consiglio direttivo della Società Storica Lombarda (1958-1959); direttore dell'Archivio dell'Istituto Regionale per la Storia della Resistenza in Lombardia (1958-1959); vice-presidente del Comité International pour le lexique des terms technique en histoire del Conseil de l'Europe (1958-1959). Diresse la rivista «Scuola e Vita» (1945-1947) e fu co-direttore di «Humanitas» (1945-1955).
Intensa anche la sua attività giornalistica e pubblicistica su testate di marcata matrice cattolica: collaborò a «Il Cittadino di Brescia» (1924-1926), «L'Italia» (1928-1940), «L'Avvenire d'Italia» (1930-1936), «Il Popolo» (1945-1950), «Studium» (dal 1925), «Scuola Italiana Moderna» (1928-1936), «Archivio Storico Lombardo» (dal 1925), «Fides» (1929-1936), «Rivista Internazionale di Scienze Sociali» (1926-1930), «Nuova Italia» (1939-1942), «La Scuola Cattolica» (1935-1940), «Pedagogia e Vita» (dal 1942).
È stato socio corrispondente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti di Brescia dal 31 dicembre 1945, commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (1958-1959).
Il patrimonio documentario di Mario Bendiscioli è conservato in tre distinti Fondi
archivistici: a Pavia presso l’Università degli Studi, a Brescia all’Istituto Paolo VI e presso la Fondazione Civiltà Bresciana.

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:33

Levi Sandri Lionello

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Milano, 5 ottobre 1910 – Roma, 12 aprile 1991

Tempo di lettura:

7 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Giurista e uomo politico


Lionello Levi Sandri, milanese di nascita ma bresciano per lungo tratto della sua vita, specie negli anni della giovinezza e della prima maturità, ha ricoperto molteplici incarichi fra cui spiccano quello di commissario della Commissione delle Comunità europee e di presidente del Consiglio di Stato. Uomo dallo spiccato senso civile, unito a ricchezza culturale, preparazione giuridica e sensibilità sociale, durante la Resistenza ebbe ruoli di primissimo piano nelle formazioni combattenti delle Fiamme Verdi.
Figlio di un professore di latino e greco soggetto a spostamenti di sede secondo le abitudini dell’epoca, Lionello Levi Sandri frequentò le scuole elementari a Ferrara e a Massa, il ginnasio inferiore a Como, quello superiore e il liceo a Brescia, all’«Arnaldo». Studiò diritto a Milano e poi a Pisa, dove si laureò nel 1932 e vinse una borsa di studio di perfezionamento presso il Collegio annesso alla Scuola Normale Superiore. Nel 1934 iniziò il suo servizio nei ranghi dello Stato: entrò, per pubblico concorso, nell’Ispettorato corporativo di Milano e, successivamente, a Firenze, nelle fila di quello che dopo la guerra diventerà ministero del Lavoro. Nel 1937-38 venne trasferito dal ministero a Roma dove conseguì (1940) la libera docenza: proseguì l’insegnamento – salvo alcune interruzioni - presso la facoltà di Giurisprudenza e di Economia e commercio fino al 1972. Fra i suoi allievi anche Vittorio Bachelet, futuro vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, vittima dei terroristi.
Nel 1939 e nel 1942 Levi Sandri diede alle stampe testi fondamentali relativi alla legislazione sociale.
Nel maggio 1940 fu richiamato alle armi come tenente d’artiglieria e inviato in Libia, dove ricevette un addestramento militare che gli fu prezioso durante la lotta di Liberazione. Rientrato in Italia per licenza nell’agosto del 1941, non riuscì più a raggiungere la formazione di provenienza e venne congedato.
Tornato alla vita civile, per due anni svolse incarichi nell’ambito degli Ispettorati del lavoro e del ministero delle Corporazioni. Entrato in clandestinità, divenne uno degli ufficiali di collegamento di punta delle Fiamme Verdi, formazioni partigiane che operavano in Vallecamonica nelle quali giunse al grado di comandante di Divisione. In questa veste svolse una delicata missione nell’autunno del ’44 a Milano, dopo di che riuscì a superare la linea del fronte e raggiunse Roma dove incontrò al Quirinale Umberto di Savoia e strinse rapporti con l’Oss (il servizio segreto militare americano). Fu questo a paracadutare Lionello Levi Sandri in Mortirolo il 13 febbraio 1945. Lì svolse un ruolo essenziale di raccordo fra partigiani e alleati fino alla Liberazione. Meritò la medaglia d’argento al valore per la battaglia del Mortirolo.
Dal 1946 al 1950 fu consigliere comunale a Brescia, eletto nelle fila del Partito Socialista.
Dal 1946 al 1957 Levi Sandri fu capo di gabinetto di diversi ministri del Lavoro (D’Aragona, Romita, Fanfani, Vigorelli) e dei Trasporti (D’Aragona, 1950-51), e svolse un’inchiesta sul disastro minerario di Ribolla in Toscana (1954). Nel frattempo, nel 1948, era entrato al Consiglio di Stato, di cui divenne presidente di sezione nel 1964 e presidente nel 1979-1980.
La carriera di giudice amministrativo venne interrotta però dal 1961 al 1970 dall’esperienza come Commissario, e dal 1967 come vicepresidente, della Commissione delle Comunità Europee. L’organismo era allora composto da 9 membri: 2 ciascuno per gli Stati membri maggiori (Francia, Italia e Germania), uno a testa per gli Stati componenti il Benelux. Levi Sandri ebbe la delega per il settore sociale e in questa veste incontrò ministri di tutti gli Stati membri per cercare di dar corpo al Trattato di Roma.
Concluse la sua carriera di giudice amministrativo, nel 1980, da presidente del Consiglio di Stato.
Nel 1981 l’allora presidente del Consiglio dei ministri Fanfani lo chiamò, insieme ai professori Sandulli e Crisafulli, a far parte della commissione dei saggi incaricata di accertare se la cosiddetta Loggia P2 dovesse considerarsi un’associazione segreta. I tre saggi diedero, in tempi rapidi, una risposta positiva che venne confermata poi dalla magistratura amministrativa e dalla Commissione parlamentare.
Subito dopo quella esperienza diede alle stampe il libro «Il giallo della regìa» in cui ricostruì il primo scandalo dell’Italia unita, quello esploso nel 1868-69 relativo alla concessione del monopolio dei tabacchi.
Levi Sandri dedicò gli ultimi anni del suo impegno pubblico alla custodia e diffusione dei valori resistenziali: fu presidente della Fondazione del Corpo Volontari della Libertà e in tale veste favorì, nel settembre del 1984, il primo incontro nazionale dei Comandanti partigiani, a cui intervenne l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini.
È stato socio corrispondente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti dal 1963.
Lionello Levi Sandri si è spento a Roma, dopo una lunga malattia, il 12 aprile 1991.

 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:32

Panazza Gaetano

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Brescia, 8 maggio 1914 – 10 ottobre 1996

Tempo di lettura:

5 min

Aree tematiche
Anni 1990 - 1999

Descrizione

Descrizione

Letterato, erudito di storia bresciana, storico e critico dell'arte, per oltre vent’anni direttore dei Civici musei di Brescia.

Gaetano Panazza è stato figura centrale della cultura bresciana del Novecento: prima come studioso, poi come direttore dei Civici musei, infine come presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti. Panazza ha avuto ruoli essenziali negli studi sull’arte altomedievale e più in generale sulle arti figurative a Brescia, ha partecipato all’avventurosa opera di salvataggio delle opere d’arte durante l’ultima guerra, ha posto le basi scientifiche per gli interventi sul complesso di San Salvatore-Santa Giulia, ha richiamato costantemente l’importanza di tutelare e valorizzare il patrimonio artistico di Brescia e della sua provincia.
Laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Pavia con una tesi sull’Arte medievale nel territorio bresciano (pubblicata dall’Ateneo nel 1942) Panazza è stato assistente volontario alla Cattedra di Storia dell’Arte Medievale e Moderna (1946-1948); assistente volontario presso il Gabinetto di Storia dell’Arte Medievale e Moderna (1949-1951); nel contempo è stato direttore dei Civici Musei d'Arte e Storia di Pavia (1947-56) e successivamente dei Civici Musei e Pinacoteca di Brescia (1956-78) dove è succeduto ad Alessandro Scrinzi.
In questa veste ha condotto scavi e studi su San Salvatore dal 1959 al 1962, pubblicando due volumi sull’argomento. Mosse da lì il progetto di recupero dell’intero monastero che ebbe un primo momento espositivo nella mostra “San Salvatore. Materiali per un museo I”, del 1978. Autore di una grande mole di studi e pubblicazioni sulla storia urbana di Brescia, ne condensò i risultati nella mostra “Il volto storico di Brescia” del 1978, poi confluita in cinque volumi. Della maestria nell’organizzare mostre, facendone il punto d’approdo di lunghi studi e il veicolo per far conoscere a un più vasto pubblico i capolavori bresciani, sono prova i suoi contributi alla mostra del 1939 su “La pittura bresciana del Rinascimento”, a quella del 1946 che offrì al pubblico la visione di opere che per cinque anni erano rimaste nascoste in bunker e caveaux, alla grande mostra del 1965 “Girolamo Romanino”.
Frutto del suo lavoro anche il nuovo allestimento della Pinacoteca del 1953, quello del museo Romano del 1958, del Museo del Risorgimento del 1959, della Galleria d’arte moderna e contemporanea nel 1964 (chiusa definitivamente intorno al 1970). Pose le basi per l’allestimento, grazie al ricco legato del cavalier Luigi Marzoli, del Museo delle armi che fu inaugurato nel 1988. Da direttore dei Civici musei promosse la creazione di un Archivio di documenti, un Archivio fotografico e una Biblioteca specialistica, nonché una catalogazione del patrimonio comunale secondo modelli tuttora in uso. In un elenco lunghissimo di opere, studi e pubblicazioni svettano opere capitali di Panazza come i contributi alla “Storia di Brescia” dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, i volumi “I musei e la Pinacoteca di Brescia” del 1958 e “La Pinacoteca Tosio Martinengo” del 1974 (con Camillo Boselli).
Nel corso della sua lunga e fertile vita di studioso Gaetano Panazza è stato anche vice presidente dell'Associazione Nazionale Musei di Enti Locali; deputato della Società Storica Lombarda; membro del Comitato Regionale della Lombardia per i Musei; presidente della Sezione di Brescia di «Italia Nostra».
È stato socio effettivo dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti dal 28 dicembre 1940, vice segretario dal 1944 al 1949, consigliere dal 1957 al 1986 con brevi interruzioni, vice presidente dal 1979 al 1985, presidente dal 1986 al 1995.

 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 10:00