Petitpierre Andrè

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Brescia 23 settembre 1917 - Brescia 2 ottobre 1966

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3 min

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Anni 1960 - 1969

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Imprenditore, partigiano, alpinista
La morte, prematura e improvvisa del padre, lo costrinse ad assumersi presto responsabilità importanti. André infatti non aveva ancora vent'anni quando restò orfano. Il padre, di origini svizzere, aveva impiantato una ditta che produceva apparecchi termo-sanitari a Brescia, nel 1914. L'impresa venne chiusa nel luglio del 1937, alla morte del fondatore. Ma André, figlio maggiore, la riaprì nel 1939, riprendendo lo slancio che aveva segnato gli esordi. 
Il giovane imprenditore si distinse poi durante la Resistenza. Nel settembre del 1943, grazie ai buoni uffici del parroco di Anfo, prese contatto con i partigiani della Valsabbia e subito ne divenne il coordinatore, allargando le azioni per tutta la valle, fino a Vobarno. Con il nome di Capitano Rovetta diresse le prime operazioni per recuperare le armi e rafforzare il movimento partigiano. Tra queste spicca l'assalto alla Rocca d'Anfo ai primi di ottobre del '43. Identificato dai nazifascisti, fu costretto ad abbandonare il campo e a rifugiarsi in Svizzera. Anche da oltreconfine, in contatto con i servizi segreti alleati, mantenne intensi rapporti con la Resistenza, specialmente quella bresciana. Dopo la guerra, tornò alla direzione dell'impresa di famiglia, al vertice della quale venne affiancato dal fratello minore Alessandro, nel 1962. Nel frattempo l'impresa ampliava il settore di attività ben oltre il campo originario, dedicandosi alla carpenteria pesante, alla meccanica, ai trasporti e agli impianti industriali.
Grande amante della montagna, André Petitpierre fu tra i personaggi di spicco della sezione bresciana del Club Alpino Italiano. Progettò e costruì "quasi con le proprie mani" la seggiovia del Corno d'Aola e a lui è intitolato il rifugio alpino che sta sul dosso al capolinea della seggiovia che sale da Pontedilegno.
 
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27/09/2024, 15:46

Laeng Gualtiero

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Brescia 10 maggio 1888 - Brescia 24 dicembre 1968

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5 min

Aree tematiche
Anni 1960 - 1969

Descrizione

Descrizione
Alpinista, geografo, ricercatore, storico, giornalista 
 
​Alpinista e ricercatore appassionato, geografo e storico, a lui si deve la prima segnalazione, nel 1909, di massi con incisioni preistoriche, a Cemmo di Capodiponte, che diede il via a successive e sempre più importanti scoperte, tanto da portare le incisioni rupestri camune ad essere tra i primi siti considerati dall'Unesco patrimonio universale dell'umanità.
Gualtiero (Walter) Laeng fin da ragazzo fu un appassionato alpinista e organizzatore di associazioni escursionistiche. L'interesse spiccato per la natura e la scienza lo portò spesso per lunghi periodi in Valcamonica. Giovanissimo socio del Club Alpino Italiano, nel 1903 fu tra i pionieri dello sci a Pontedilegno e fra i primi ad introdurre lo sci norvegese in Italia. Numerose sono, in quegli anni, le sue spedizioni nel Gruppo dell'Adamello, grazie al Gruppo Lombardo Alpinisti, da lui fondato con alcuni amici milanesi e bergamaschi. Grande appassionato di geografia, compì ricerche sui valichi alpini e sulle vie di comunicazione transalpine, sul catasto delle grotte italiane e sui fenomeni carsici. I suoi studi furono tanto apprezzati da spingere il Comando supremo italiano ad includerlo come consulente cartografico e alpinistico durante la Prima Guerra Mondiale. Nel frattempo, il giovane Laeng si era laureato in Chimica pura al Politecnico di Torino ed aveva frequentato anche il biennio di specializzazione in ingegneria mineraria. Nel 1920 assumeva la direzione di una società bresciana per la produzione del Wolframio e la costruzione di schermi per la radiografia. Ma non abbandonò mai la sua attività di studioso e di divulgatore, con libri, conferenze e articoli. Fu così che nel 1923 venne chiamato a Roma come capo dell'ufficio stampa dell'Enit, l'ente nazionale delle industrie turistiche. Nel 1926 divenne redattore capo di "Le Vie d'Italia", la prestigiosa rivista del Touring Club Italiano. Divenne collaboratore dell'Ufficio cartografico e fu tra i promotori della serie di guide "Da rifugio a rifugio". Di quel periodo è anche la redazione della prestigiosa opera "Imago Italiae", premiata con la medaglia d'oro dall'Accademia italiana, e pubblicata in mille copie esclusive per celebrare i  40 anni di fondazione dell'Istituto geografico De Agostini, dove Laeng era approdato come redattore. Numerose sono le pubblicazioni che testimoniano la lunga, costante, appassionata dedizione nel vasto campo delle discipline storiche, geografiche ed etimologiche.
Nel 1946 torna a Brescia, dove si stabilisce definitivamente. Entra a far parte della redazione scientifica de "La Scuola editrice", dirigendo quaderni e pubblicazioni, quali la rivista "Scienza e lavoro". Si intensifica anche la sua collaborazione al Giornale di Brescia. Nel 1948 diventa socio dell'Ateneo di Brescia, del quale sarà anche consigliere. Dall'Ateneo, nel 1964, riceve la medaglia d'oro al merito accademico. Analogo riconoscimento gli viene attribuito anche dal Touring Club Italiano. Al suo nome viene intitolata una vetta del Gruppo Presanella, un rifugio alpinistico del CAI, sopra Borno, e un bivacco sul Cavento, per iniziativa del CAI di Brescia. Tra le riviste con le quali collabora spiccano: Le Vie d'Italia, Le Vie del Mondo, Scuola Italiana Moderna, e i mensili del CAI e del Touring Club Italiano. Suoi sono anche molti capitoli della Guida d'Italia del Touring. Fu attivissimo fino a tarda età, nonostante l'avanzare della malattia che lo portò alla morte, nel dicembre del 1968. "Guida sicura e saggia... penna garbata e gentile", così lo ricorda l'Ateneo di Brescia, nei giorni della sua scomparsa.
 
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27/09/2024, 15:49

Trainini Vittorio

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Brescia, 6 marzo 1888 – 19 agosto 1969

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13 min

Aree tematiche
Anni 1960 - 1969

Descrizione

Descrizione
Artista, decoratore, illustratore, designer di arredi e paramenti sacri
 
Vittorio Trainini, figlio di Giovanni e Virginia Bonometti, è stato uno dei più prolifici e poliedrici esponenti dell’arte bresciana del Novecento. A una vastissima produzione di affreschista (almeno cento chiese bresciane, e non solo, recano traccia della sua produzione) ha unito quella di pittore da cavalletto, ritrattista, illustratore, disegnatore di mobili e stoffe. La sua formazione è tutta di ambito bresciano. Avviato giovanissimo nella bottega paterna dove si producevano mobili, Vittorio mostra presto una grande passione per il disegno e la pittura che lo spingono a seguire le orme dello zio Giuseppe, noto decoratore, ornatista e quadraturista. Trainini impara la tecnica dell’affresco e tutte le complesse attività connesse, a cominciare dalla preparazione dei colori. A dodici anni è impegnato nella decorazione della chiesetta delle Canossiane di Mompiano e nel 1905 lo troviamo nella parrocchiale di Gussago, dove lo zio Giuseppe è al lavoro accanto a Gaetano Cresseri. Dal 1903 è iscritto alla Scuola Comunale di Disegno “Moretto” che frequenta con ottimi risultati fino al 1909. Segue i corsi di pittura decorativa, di plastica e di pittura di figura (suoi maestri sono Carlo Chimeri, Lorenzo Bonassi, Cesare Bertolotti e Arturo Castelli) dove viene più volte premiato. Nel 1909 esordisce con un’opera plastica alla mostra che la “Società per l’Arte in Famiglia” ha organizzato in coincidenza con l’Esposizione Internazionale dell’Elettricità e si fa notare da Pietro Feroldi che lo segnala su “La Sentinella Bresciana”. Nel marzo 1910 il Sotto Comitato, istituito per la partecipazione all’esposizione in programma a Roma nel 1911 in occasione del cinquantenario dell’Unità nazionale, delibera che, nella parte assegnata alla Provincia di Brescia nel padiglione della Lombardia, venga riprodotta la sala del Gambara di palazzo Avogadro, allora sede della Pretura. Per scegliere l’artista incaricato dell’esecuzione dell’opera, per la quale è prevista una spesa di 6.000 lire, si indice un concorso e, dopo aver esaminato i saggi presentati dai concorrenti, ai primi di agosto, viene scelto Vittorio Trainini, che si mette subito all’opera. Quel lavoro è tuttora visibile, oggi, nella sala del Consiglio provinciale a palazzo Broletto. Si apre da quel momento in avanti per lui la strada di una serie di importanti commesse, a Brescia nel palazzo ora Masetti Zannini, in via Carlo Cattaneo, e a Mantova per alcuni ambienti del nuovo palazzo della Camera di Commercio. Inizia anche a lavorare per la committenza ecclesiastica, che sarà in seguito la sua principale fonte di attività. Nel 1913 gli viene infatti affidata la decorazione della volta della chiesa parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita di Sarezzo. Lo scoppio della guerra viene però ad interrompere questo brillante avvio di carriera. Vittorio Trainini è tra i primi ad arruolarsi, insieme ad Angelo Zanelli ed Eliodoro Coccoli. Di quel periodo resta un bozzetto preparatorio per l’insegna dell’aereo di Gabriele d’Annunzio. Resta anche un gruppo di disegni e di tavolette ad olio in cui l’artista è tutto concentrato a indagare i volti dei suoi compagni. Negli ultimi mesi del conflitto, insieme a Eliodoro Coccoli, realizza la decorazione di alcuni ambienti della nuova Casa del Soldato, inaugurata il 15 settembre 1918 nell’edificio della Scuola “Moretto” in via Antonio Tagliaferri (ora contrada Santa Chiara). Dopo la guerra, a Mompiano, all’ombra della parrocchia, dà vita ad un circolo giovanile, nel quale organizza molteplici attività per interessare i giovani all’arte: promuove corsi di arti applicate, apre una scuola musicale, una biblioteca, è anche l’animatore di una filodrammatica, La Compagnia della Fonte. Per questo suo impegno nella vita del quartiere viene candidato, nell’ottobre del 1920, alle elezioni del Consiglio Comunale di Brescia ed è eletto nel listone del “blocco” che raccoglie esponenti liberali e popolari. Gli anni Venti vedono, sul piano artistico, l’affermazione decisiva di Vittorio Trainini che si dedica quasi esclusivamente al tema sacro, lavorando in numerose chiese della provincia e chiamando a collaborare lo zio Giuseppe che realizza le decorazioni di ornato. Di questo periodo sono le opere eseguite nelle parrocchiali delle Fornaci (1920) e di Borgo San Giacomo (1920-1921), nella chiesa del Santissimo Sacramento delle Ancelle della Carità a Brescia (1922-1925), dove ha modo di affrontare per la prima volta un apparato decorativo “totale” che comprende anche gli arredi e il pavimento, nelle parrocchiali di Mura, Mairano, Volta Bresciana (1922-1925), Tavernole (1924), Fasano (1927), Sabbio Chiese (1928-1930), nella chiesa di San Rocco a Concesio (1928-1929) e della cappella dell’ex Ospedale Militare (1928). Di rilevante importanza il rapporto che stabilisce con i Padri della Pace, che lo incaricano nel 1924 di stendere il progetto decorativo della chiesa del Buon Pastore di Villa San Filippo, realizzato con la collaborazione dei suoi amici Eliodoro Coccoli, Augusto Lozzia, Giuseppe e Tita Mozzoni, Adolfo Mutti, Emilio Rizzi e Angelo Sala. Trainini non coltiva interessi esclusivi per la pittura ma, partendo dall’idea che l’edificio sacro deve svilupparsi secondo concezioni artistiche il più possibile unitarie, si fa anche architetto, scultore e progettista di tutto quanto serve alla devozione ed al culto. Per questo collabora con i fratelli Poisa a cui fornisce cartoni per le loro opere lignee, disegna per la ditta G. Domenico Silva tessuti e ricami per paramenti liturgici, progetta vetrate, pavimenti musivi, ferri battuti, con un’attività instancabile ed una curiosità onnivora. Nel 1926 si segnala anche come illustratore dei Santi Evangeli nella traduzione di monsignor Luigi Gramatica, che aprono la storia editoriale della Morcelliana. Il 9 ottobre del 1926 sposa Ines Meschini, la “sua” amatissima Ines, che ritrae spesso in veste di santa sulle pareti delle chiese e dalla quale avrà cinque figli. Gli anni Trenta vedono la consacrazione ufficiale dell’artista, la cui fama esce dal territorio bresciano. Da ricordare le opere eseguite a Edolo (1930), Bagnolo Mella (1930-1932) dove si trova ad affrontare un confronto vincente con Gaetano Cresseri, Isorella (1931-1932), Pompiano (1933), Pievedizio (1933-1934), Nave (1935), Clusane (1935), Calvagese della Riviera (1939) ed a Brescia nella chiesa dell’ex-Seminario Vescovile, oggi Centro Pastorale Paolo VI (1930), nella cappella del Vescovado (1930), in Palazzo Martinengo Palatini (1931), San Francesco da Paola (1932-1933), in Cristo Re in Borgo Trento, dove inizia (1934) una decorazione di vastissimo respiro che ha il suo momento più alto nel Giudizio Universale della cupola. Ma l’impegno più rilevante viene dalla Svizzera. Nel 1936 è chiamato infatti a partecipare al concorso internazionale per la decorazione del santuario del Sacro Cuore a Lugano; solo nel 1938 può essere aperto il cantiere, ma la decorazione del grandioso edificio è completata solo dopo la guerra tra il 1947 e il 1951. Al nostro pittore arrivano, per la sua attività, anche riconoscimenti ufficiali: nel 1933 è fatto Cavaliere dell’Ordine di San Silvestro, nel 1945 diventa socio effettivo dell’Ateneo di scienze lettere e arti di Brescia. Uomo profondamente religioso, lavoratore infaticabile, rapido nell’esecuzione, affresca centinaia e centinaia di metri quadri di volte e pareti; ancora negli anni Quaranta e Cinquanta è chiamato in diverse località e continua e riproporre i collaudati moduli della sua pittura che fanno di una chiesa un luogo ricco di colore e di immagini. Gli interventi più significativi vengono eseguiti a Sabbio Chiese (1940) con gli affreschi delle pareti laterali dell’abside, nella chiesa di san Biagio a Soprazocco di Gavardo (1941), nelle parrocchiali di Bovegno (1942) e di Irma (1943). Dopo la guerra ritorna a Lugano, ma riesce anche a completare impegnativi cicli di affreschi a Barghe (1946) e Paderno Ponchielli (1949). Il prestigio acquisito gli procura una commissione anche dal Vaticano: alla fine del 1951 è chiamato a decorare la Cappella della Guardia Palatina con scene della vita di San Pietro. L’ultima grande “sfida”, accettata e vinta, è la parete absidale della parrocchiale di San Sebastiano a Lumezzane, dipinta nel 1956. Quando anche le forze fisiche vengono meno, Vittorio Trainini, pur non rinunciandovi del tutto, sale più raramente sulle impalcature per affrescare le chiese e resta sempre più a lungo nello studio che ha ricavato nella torretta più alta della grande casa di Mompiano, trasformata, giorno dopo giorno, in una specie di museo dove ogni cosa, le pareti, i mobili, i pavimenti, le stoffe dell’arredamento, le stoviglie sono stati disegnati e decorati come espressione di un ideale di bellezza capace di tutto trasformare. Vittorio Trainini muore il 19 agosto 1969.
(il testo che precede è una sintesi del saggio “Vittorio Trainini 1888-1969, la vita e le opere” di Francesco De Leonardis, che si ringrazia, apparso nel catalogo della mostra “Vittorio Trainini (1888-1969) L’ultimo maestro della grande decorazione” promossa da AAB, Museo diocesano e Gianluigi Trainini nell’autunno del 2019)
 
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27/09/2024, 15:53

Allegretti Corrado

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Savigliano (Cuneo) 25 febbraio 1894 - Brescia 2 maggio 1969

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3 min

Aree tematiche
Anni 1960 - 1969

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Speleologo
 
​Piemontese di nascita, Corrado Allegretti giunge a Brescia subito dopo la Grande guerra. È il 1919 quando arriva in città assieme ai fratelli Carlo e Guido, tutti e tre assunti come tecnici da una grande industria locale. I fratelli Allegretti condividono anche passioni e hobby: presto si danno da fare come scenografi presso la filodrammatica "Perseveranza" ed entrano a far parte della già prestigiosa società mandolinistica "Costantino Quaranta". Hanno anche una passione per la montagna e l'escursionismo, che trova modo di esprimersi nelle spedizioni dell'UOEI, l'unione operaia escursionistica. È nell'ambiente alpinistico che Corrado Allegretti incontra Gualtiero Laeng, che nel 1922 aveva fondato il Gruppo Grotte Brescia. Due anni dopo, Laeng deve lasciare, per impegni professionali, e Allegretti pare a tutti il suo successore naturale. Il carsismo è un fenomeno diffuso nel territorio bresciano e Allegretti applica alle iniziative del Gruppo Grotte le competenze che ha maturato come tecnico, e soprattutto come cartografo durante la Grande guerra. Punta così ad uno studio sistematico delle cavità nel nostro territorio. Con Leonida Boldori, Gian Maria Ghidini e Mario Pavan inizia un'attività biospeleologica che si svilupperà per più di trent'anni. Assieme topografano circa quattrocento grotte solo nel Bresciano e creano una rete di contatti e collaborazioni con tutto il Nord Italia. Membro di numerose società scientifiche, Corrado Allegretti pubblica importanti contributi sulla speleologia in generale e sulla paleofauna in particolare, tanto che diverse entità di speleofauna portano il suo nome e quello dei suoi amici di ricerca, come la "Allegrettia Boldorii" e la "Boldoria Alegrettii", e lo "Zospeum Allegrettii". Nel 1945 entra a far parte dell'Ateneo di Brescia. Concepiva la speleologia come forma rigorosa di ricerca scientifica e con questo spirito è stato uno dei più fervidi animatori della nascente speleologia, fin dagli anni Venti e Trenta del Novecento; ed è considerato il vero padre della speleologia bresciana.
 
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27/09/2024, 15:46

Palazzoli Federico

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Chiari, 17 agosto 1881 – Brescia, 13 gennaio 1969

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4 min

Aree tematiche
Anni 1960 - 1969

Descrizione

Descrizione
​Imprenditore, benefattore, filantropo, sostenitore di iniziative sportive
 
Figlio di Antonio, artigiano, e di Agostina Martinelli, Federico Palazzoli frequenta l’Istituto “Moretto” dove mostra una spiccata attitudine nel campo dell’elettrotecnica, che non riesce a sviluppare sul piano teorico dovendo abbandonare precocemente gli studi. Dai 16 anni in poi, tuttavia, si applica al campo dell’elettricità e delle sue applicazioni pratiche collaborando strettamente con mons. Zammarchi nella preparazione di conferenze e di esperimenti sulla telegrafia senza fili. Chiamato alle armi, dirige una stazione telegrafica e non accetta le pur allettanti profferte per rimanere alle dipendenze dello Stato che stava per assumere la gestione della telefonia. Nel 1904 con Giacomo Lucini dà vita alla Società Elettrotecnica Lucini e Palazzoli: dopo una fase iniziale in cui l’azienda opera come magazzino di materiale elettrico e solo parzialmente come azienda di produzione di impianti, nel 1912 l’azienda assume la denominazione di Federico Palazzoli e C.. L’espansione produttiva è veemente: lo stabilimento passa rapidamente da 4 a 6mila metri coperti arrivando a occupare nel 1950 cinquecento addetti. Quell’anno avviene la trasformazione in Società per azioni di cui Federico Palazzoli è presidente, amministratore delegato e direttore generale. 
Palazzoli non rifugge da impegni nelle associazioni di categoria (l’Associazione Elettrotecnica Italiana) e nei consigli delle Scuole professionali a cui elargisce sostegni economici e supporti organizzativi. Nel 1920 viene eletto vicepresidente dell’Associazione Commerciale e Industriale Bresciana e consigliere comunale di Brescia nel blocco moderato.
La sua figura di capitano d’industria viene consacrata dal conferimento del titolo di cavaliere del lavoro nel 1964 mentre prosegue il suo impegno nella giunta dell’Associazione Industriale Bresciana e nel Rotary. 
La sua sensibilità ai temi della formazione tecnica e professionale si traduce nel suo impegno come presidente dell’Istituto professionale di Stato per l’industria e l’artigianato “Moretto” di Brescia e come consigliere dell’Istituto tecnico industriale “Castelli”. Del resto è lui a donare all’Amministrazione provinciale i 21.500 metri di area edificabile destinati alla costruzione dell’Itis “Castelli”, nonché a concorrere al varo della Fondazione pro istituzione tecnica e professionale industriale a cui devolve denaro e proprietà (una tenuta di 60 ettari fra Orzivecchi e Pompiano).
In ambito più strettamente sociale, dona una villa di sua proprietà alle pendici dei Ronchi per accogliere anziani professionisti, insegnanti e artisti. Sostiene altresì il Centro spastici di Mompiano che gli viene intitolato. 
In ambito sportivo è stato presidente dell’Associazione Calcistica Brescia e della Sezione cacciatori bresciani, e ha dato un sostegno economico decisivo alla rinascita della Mille Miglia nel dopoguerra. 
 
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27/09/2024, 15:48

Fappani Mons. Antonio

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Quinzano, 15 agosto 1923 – Brescia 30 dicembre 2018

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6 min

Aree tematiche
Anni 2010 - 2023

Descrizione

Descrizione
Sacerdote, storico, scrittore, giornalista, promotore di iniziative e istituzioni culturali
 
Volto popolarissimo e molto amato del clero bresciano, Antonio Fappani nasce a Quinzano, in un ambiente permeato dalla cultura contadina, il 15 agosto 1923. Dopo gli studi nel seminario diocesano si laurea all’Università Lateranense in Sacra teologia con indirizzo storico. L’ordinazione sacerdotale giunge il 29 giugno 1949. Per i primi otto anni Fappani è curato nella parrocchia di Borgo Poncarale, dove manifesta subito attenzione alla questione sociale e alle condizioni dei lavoratori della campagna. Nel 1957 è nominato assistente spirituale delle Acli, incarico che riveste per cinque anni. Dal ’62 al ’72 è assistente diocesano degli Scout, incarico che gli consente di stare a contatto con i giovani e di mettere in luce il suo carattere cordiale, spesso giocoso. Nel frattempo sviluppa la passione per gli studi storici, nutriti da una cultura nient’affatto provinciale e da un’attenzione partecipe per le persone di cui tratta: una passione che gli vale, nel 1960, il Premio “Bonardi” conferito dall’Ateneo alle migliori opere che mettono in luce la storia cittadina. Fappani viene premiato per il suo libro “Assistenza dei feriti nel bresciano nel 1859” in cui tratteggia la vasta opera di carità dei bresciani verso i feriti di tutti gli eserciti dopo le giornate di Solferino e San Martino: un tema - quello della misericordia – che gli sarà caro, che attraverserà moltissimi suoi lavori e che ricorrerà nella sua ultima opera, uscita postuma. Nel 1961 il vescovo decide di valorizzare le competenze giornalistiche già messe in luce da don Antonio come vicedirettore della Voce del popolo a fianco di don Mario Pasini: lo nomina nuovo direttore del settimanale diocesano. Fappani reggerà quell’incarico per oltre un ventennio, fino al 1982.   
Sono anni fervidi, di battaglie religiose e civili, di impegno culturale a tutto campo, secondo una linea tipica del cattolicesimo sociale bresciano, alieno dal clericalismo anche quando l’alfiere è un sacerdote. Don Fappani colloca il giornale su una linea dialogica rispetto agli esperimenti politici locali, dal primo centrosinistra alle “giunte aperte” degli anni Settanta. Nel 1972 don Fappani dà il via a un’impresa che lo impegnerà per un quarantennio: comincia la pubblicazione (inizialmente a fascicoli, da raccogliere e rilegare) dell’Enciclopedia Bresciana, che s’è conclusa nel 2007 con il XXII volume. Un opus magnum interminabile, di fatto, di cui – quando la morte l’ha colto – aveva già pronti gli aggiornamenti dei primi volumi, scritti attingendo da quegli ammassi di carte, dai copiosi appunti e dalle caotiche teorie di libri che affollavano lo studiolo di mons. Fappani a palazzo Tosio. Quasi una leggenda per chi ha avuto la possibilità di vederlo. Nel 1983 Fappani fonda l’Associazione don Peppino Tedeschi per la cultura popolare religiosa. È solo l’inizio di un’attività vorticosa di promotore di cultura: nel 1985 apre, nei chiostri di San Giuseppe, la Fondazione civiltà bresciana che in oltre trent’anni ha raccolto una mole imponente di carte d’archivio, fotografie, documenti sonori, volumi dedicati alla brescianità in tutte le sue declinazioni, e promosso incontri, mostre, convegni, pubblicazioni. A seguire nascono l’Istituto Giuseppe De Luca per la storia del clero diocesano e, nel 2001, il Museo del ferro di San Bartolomeo. In parallelo si sviluppa l’opera di don Fappani e della sua Fondazione come editori e come promotori di riviste culturali: “Brixia Sacra”, “Memorie bresciane”, “Civiltà bresciana” e “Notizie di cultura” sono i fogli su cui autori collaudati offrono i loro contributi, e una giovane generazione di studiosi si fa le ossa. La Fondazione concorre, con L’Ateneo, alla rinascita del Premio Brescianità, avvenuta nel 2002. Premio che, vincendo la sua ritrosia, verrà assegnato proprio a monsignor Fappani nel 2016. 
Il basco nelle stagioni fredde, la tonaca indossata ogni giorno come una divisa, la bicicletta inforcata per anni per fare la spola fra via Tosio e vicolo San Giuseppe, la pazienza certosina, il candore personale formano l’iconografia di questo uomo di fede e di studio che ha abbracciato - per usare un’espressione del vescovo emerito di Brescia, mons. Giulio Sanguineti – un ministero speciale: “Il ministero della memoria”. 
 
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27/09/2024, 09:47

Vicini Azeglio

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Cesena, 20 marzo 1933 – Brescia, 30 gennaio 2018

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6 min

Aree tematiche
Anni 2010 - 2023

Descrizione

Descrizione
​​​Calciatore e allenatore di calcio
 
Azeglio Vicini ha raggiunto l’apice della fama come commissario tecnico della nazionale italiana durante i Mondiali di Italia ’90. Allora, come in tutta la sua carriera di sportivo e sempre come uomo, ha messo in luce doti di equilibrio, misura, competenza, signorilità che lo hanno fatto apprezzare unanimemente. 
Il calcio, insieme alla famiglia, è stato il fulcro della sua vita. Come calciatore è cresciuto nelle giovanili del Cesena per poi passare al Lane Rossi Vicenza, formazione con la quale ha debuttato in serie A il 25 settembre 1955 nella partita interna con l’Internazionale. Passa nel 1956 alla Sampdoria e con i blucerchiati disputa sette campionati consecutivi nella massima serie, prima di scendere in Serie B con la maglia del Brescia per il quale gioca dal 1963 al 1966. 
Con le rondinelle esordisce il 15 settembre 1963 a Varese in Varese-Brescia: quell’anno sfiora la promozione che ottiene l'anno successivo contribuendo a riportare il Brescia in Serie A dopo 17 anni di campionati di B. 
A Brescia si stabilisce, qui chiude la carriera di calciatore e nel 1967-68 incomincia quella di allenatore che gli darà grandi soddisfazioni. La sua prima esperienza è appunto sulla panchina del Brescia nel campionato 1967-68, stagione che si concluderà purtroppo con la retrocessione delle rondinelle in Serie B. Già nel 1968 Vicini entra a far parte del settore tecnico della nazionale, a soli trentacinque anni. Il primo incarico di una certa rilevanza è la guida della nazionale Under-23, affidatagli nella stagione 1975-76, con cui disputa il campionato europeo di categoria. 
Dall'anno successivo gli è affidata l'Under-21 (dopo che la UEFA ha riservato il campionato europeo giovanile a tali nazionali), incarico che porterà avanti per ben dieci anni selezionando e facendo crescere una generazione di giovani campioni che costituiranno l’asse portante della nazionale maggiore negli anni a venire. 
Ai campionati europei Under-21 ottiene tre volte la qualificazione ai quarti di finale (1978, 1980 e 1982), arrivando alla semifinale nel 1984 mentre nell'edizione del 1986 la nazionale italiana da lui allenata si piazza al secondo posto perdendo ai rigori la finale contro la Spagna. Sempre quell'anno viene chiamato sulla panchina della Nazionale A, per sostituire Enzo Bearzot dopo i Mondiali messicani. Esentata - in quanto paese ospitante - dalle eliminatorie del Mondiale 1990, la nazionale azzurra partecipa alle qualificazioni per Euro '88. Ottenuto in anticipo l'accesso alla fase finale, la squadra allenata da Vicini raggiunge le semifinali del torneo venendo poi battuta dall'Unione Sovietica. 
Prima del Mondiale giocato in casa, Vicini fa esordire - tra gli altri - Salvatore Schillaci e Roberto Baggio, che compongono il duo d'attacco azzurro che illuminerà le “notti magiche” di un intero Paese. L'Italia di Vicini supera a punteggio pieno il suo raggruppamento per poi accedere alle semifinali senza alcun gol al passivo; viene quindi sconfitta ai rigori dall'Argentina, dovendosi accontentare di competere con l'Inghilterra per la medaglia di bronzo. Il terzo posto, conquistato battendo per 2-1 i britannici, viene vissuto dall’Italia calcistica più come un fallimento che come un trionfo. Nel corso del 1991 il suo rapporto col presidente federale Matarrese inizia ad incrinarsi. Mancata la qualificazione all'Europeo 1992, viene rimpiazzato sulla panchina azzurra da Arrigo Sacchi. 
La sua carriera da allenatore tocca le ultime tappe sulle panchine di Cesena e Udinese (entrambe nel 1993). Successivamente assume l'incarico di consigliere tecnico del Brescia. Azeglio Vicini è stato anche presidente dell’Associazione allenatori e del settore tecnico per la FIGC prima di venire sostituito in questo ruolo da Roberto Baggio nell'estate 2010. Un’uscita dalla scena dal grande calcio che Vicini ha vissuto ancora una volta con signorilità e misura, e che ha lasciato intatto il carisma di questo grande uomo di sport.
 
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27/09/2024, 09:33

Sorbi Giovanna

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Brescia, 17 febbraio 1959 – 12 febbraio 2018

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6 min

Aree tematiche
Anni 2010 - 2023

Descrizione

Descrizione
​​​Direttrice d'orchestra, pianista e compositrice
 
Giovanna Sorbi inizia lo studio del pianoforte e si diploma presso il Conservatorio di Brescia nel 1980. Prosegue lo studio di organo e composizione organistica (diploma all’Accademia musicale pescarese nel 1981), composizione e musica corale, diplomandosi in direzione di coro al Conservatorio di Bologna nel 1984. Conclusi gli studi musicali (Diploma di pianoforte e composizione) si è poi perfezionata con Adone Zecchi per la direzione di coro e con Michele Marvulli per la musica da camera; ha collaborato alle stagioni liriche ufficiali del Circuito Lirico Lombardo (Brescia, Bergamo, Pavia, Cremona, Como) nel 1990, 1991 e 1992. 
Nel 1990 vince il Concorso Internazionale di Treviso e partecipa all'allestimento de “Le Nozze di Figaro” di Mozart collaborando con Peter Maag. Ha vinto vari concorsi nazionali a cattedre fra i quali la cattedra di Teoria e percezione musicale al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dove insegna dal 1996. 
Nel corso della sua attività artistica ha diretto importanti prime operistiche in tempi moderni, quali l'oratorio di Benedetto Marcello (1686-1739) Joaz, azione sacra in due parti, eseguito l'unica volta a Vienna nell'anno 1726, su libretto di Apostolo Zeno. Ha registrato per le reti Mediaset il Concerto di Capodanno edizione 2004 trasmesso da Retequattro nel 2005 e nello stesso anno ha trascritto e adattato l'opera di Giuseppe Verdi “La Traviata” per organico orchestrale ridotto, dirigendo l'allestimento completo per l'inaugurazione del Teatro Sociale di Montichiari. 
Come compositrice ha scritto le musiche di scena dello spettacolo “Faust” di Edoardo Sanguineti messo in scena dal Teatro Stabile la Loggetta di Brescia nella stagione 1984. 
Considerata un talento innovatore nell’ambito delle istituzioni musicali, ha fondato nel 1987 il Coro Lirico Città di Brescia, con il quale ha tenuto una ricca attività concertistica in Italia e all'estero (oltre duecento le esibizioni) fino al 1999, anno nel quale si è dedicata completamente alla direzione d'orchestra. Con il marito Massimo Cortesi, giornalista, ha dato vita all’Associazione Culturale Sinergica, che dal 2000 ha organizzato il Festival di musica sacra di Brescia (dieci edizioni e 104 concerti) e poi la rassegna Opera d’estate, allestimenti operistici a favore della Fondazione Nikolajewka di Brescia e, dal 2003, il Concerto di Capodanno al Teatro Grande di Brescia, a favore del Centro per la sclerosi multipla degli Spedali Civili di Brescia prima e della Fondazione Nikolajewka poi.
Ha organizzato e diretto in allestimento completo Aida, Barbiere di Siviglia, Tosca, Trovatore, La Traviata, Bohème, L’Elisir d’amore, Il paese dei campanelli, La serva padrona in location come il Chiostro di San Salvatore a Brescia, la piazzetta di Cisano del Garda, il Castello di Padernello, Piazza della Loggia e la Cattedrale di Strasburgo. Ha inaugurato la stagione ufficiale de “Il Vittoriale” di Gardone Riviera nel 2001 dirigendo la Messa da requiem di Giuseppe Verdi e nel 2002 la Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven. 
Nell'estate 2003 ha diretto a Brescia, in Piazza della Loggia, Il paese dei campanelli di Lombardo e Ranzato nella versione per grande orchestra (prima esecuzione assoluta in Italia). 
Ha diretto fin dalla fondazione la Brixia Symphony Orchestra, organismo sinfonico con il quale ha operato principalmente in Lombardia e in Italia. Nel 2002 ha creato l’Associazione Culturale Brixia Symphony Orchestra, che ha inglobato l’Associazione Sinergica. 
Nell'ottobre 2009 ha partecipato alla Notte internazionale della cultura di Brescia con l'evento LightMozart in contemporanea con Parigi e altre capitali europee. Ha dato vita al Festival Suoni e sapori del Garda che nel 2017 è giunto alla nona edizione e ha prodotto una ventina di concerti in dodici Comuni del Lago di Garda. D'intesa con gli eredi del grande tenore italiano Giacinto Prandelli, scomparso nel 2010, ha dato vita nel 2011 al Concorso Lirico Internazionale Giacinto Prandelli, la cui finale si è tenuta ogni anno in febbraio al Teatro Grande di Brescia ed a cui ogni anno hanno partecipato circa cento giovani cantanti lirici di tutto il mondo. 
Nel 2007 il Rotary Club Vittoria Alata di Brescia le ha conferito l'onorificenza “Paul Harris” per il suo impegno a favore del sociale. 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 09:45

Brunelli Giorgio

Dettagli della notizia

Descrizione breve
Soragna (Parma), 21 ottobre 1925 – Forte dei Marmi (Lucca) 30 settembre 2018

Tempo di lettura:

5 min

Aree tematiche
Anni 2010 - 2023

Descrizione

Descrizione

 

Medico ortopedico, microchirurgo, pioniere della microchirurgia della mano e della cura chirurgica dei traumi del midollo spinale
 
Giorgio Brunelli, candidato al Nobel della Medicina nel 2006 da Rita Levi Montalcini, è stato una delle figure di primari ospedalieri e cattedratici più note, stimate e celebrate a Brescia. Specialista in Chirurgia Plastica e Microchirurgia, è stato professore di Ortopedia e direttore della Scuola di specializzazione in Ortopedia e in Chirurgia della mano all’Università di Brescia. Al suo attivo aveva oltre 410 Pubblicazioni, più di 23.000 interventi (oltre 3.300 di microchirurgia) e una laurea Honoris Causa dell’Università di Wroclaw. Membro dell’Accademia delle Scienze di New York, di 28 Società Scientifiche (italiane, straniere e internazionali), membro onorario della Società Britannica di Chirurgia della Mano, è stato fra l’altro socio fondatore di varie Società scientifiche, presidente onorario della Società Italiana di Microchirurgia, oltre che autore di varie Tecniche chirurgiche personali. 
Brunelli è ancora ragazzino quando il papà Alessandro, medico veterinario, e la madre Annamaria si trasferiscono da Parma a Brescia dove il genitore diviene veterinario capo del Comune. Giorgio frequenta il liceo ma nel 1943 viene chiamato alle armi dalla Rsi. Dopo la guerra Brunelli si iscrive alla facoltà di Medicina di Parma, città dove si reca in bici; si mantiene gli studi vendendo porta a porta profumi ed essenze da lui stesso fabbricati. Si laurea nel 1949, si specializza in Patologia a Parigi nel 1955 ma il richiamo della chirurgia è prepotente come una vocazione. Nel 1964 è primario all’Ospedale di Chieti dove compie interventi avveniristici su malati di artrosi: è il primo in Italia, ed il secondo in Europa, ad eseguire le protesi totali d’anca per curare l’artrosi dell’anca. Torna a Brescia, all’Ospedale Civile a cui dà lustro e prestigio, ed è qui che nel 1973 effettua il primo reimpianto in un arto, un braccio strappato da un macchinario a un ragazzo di 13 anni. Lui e la sua équipe contano 800 reimpianti eseguiti in 20 anni. 
Infaticabile propagatore del sapere medico e chirurgico, Giorgio Brunelli crea una vera e propria scuola, dirige 37 corsi teorico-pratici di Microchirurgia, organizza simposi internazionali, è osannato dalle riviste anglosassoni come «the best». Nel frattempo, con una vitalità inesauribile, coltiva la fotografia, la pittura a olio, gli studi storici e linguistici; si rilassa con lo sci, il nuoto, le corse su auto d’epoca e le camminate, viaggia il mondo per diffondere il verbo della nuova frontiera chirurgica. Muove da lì la sua ultima impresa: lo studio delle lesioni del midollo spinale, la ricerca pionieristica di una soluzione chirurgica che, facendo leva sulla capacità di riparazione e rigenerazione del midollo stesso, punta a ridare mobilità a emiplegici e paraplegici.
Brunelli ha anche creato, insieme all’inseparabile e amatissima moglie Luisa Monini — giornalista scientifica — una Fondazione a lui intitolata dedita appunto alla ricerca sul midollo spinale. 
La città gli ha reso omaggio nel 2016, conferendogli il premio Brescianità promosso da Ateneo di Scienze lettere e arti e Fondazione civiltà bresciana.
 

Ultimo aggiornamento

27/09/2024, 09:44

CORRIXBRESCIA 2019

Dettagli della notizia

Dal 17/10/2019 al 28/05/2020

Data:

28 ottobre 2019

Tempo di lettura:

3 min

Descrizione

​​Torna per la nona edizione CorrixBrescia, la manifestazione ludico-motoria che per 30 giovedì, dal 17 ottobre al 28 maggio, farà correre e camminare per la città centinaia di bresciani. 

L’evento è aperto a tutti poiché non si tratta di una gara ma di un allenamento in compagnia: corsa, camminata, nordic walking, passeggiata con il cane sono solo alcune delle attività proposte.

Il ritrovo è in piazza Vittoria dove sarà allestito un village con info-point, stand dei sostenitori e area ristoro. Alcuni appuntamenti si terranno nei quartieri. 

Dalle 18.30 vengono accolti gli iscritti che hanno versato la quota simbolica di 30 euro per tutta la stagione. I partecipanti saranno divisi in gruppi guidati dagli accompagnatori (Pacerunner) che terranno una velocità media su tutto il percorso, per consentire a tutti di correre con il proprio passo. Attualmente sono previsti sette gruppi, uno denominato Corri&Cammina (propedeutico per iniziare), uno dedicato al trail, due di cammino, uno di nordic walking e addirittura un dog walking,  per chi possiede un cane.  Dalle 19.30 alle 19.45 viene dato il via ai gruppi. 

Da novembre di quest’anno sarà attivato un gruppo di interval training con esercizi mirati da eseguire in piazza Vittoria che si congiungerà poi con il secondo giro dei runners. 

Il tracciato cittadino di circa quattro chilometri, percorribile per due volte, verrà cambiato ogni mese, per dare la possibilità ai partecipanti di scoprire diverse zone di Brescia.

Per info: www.corrixbrescia.org 


 


Ultimo aggiornamento

28/10/2019, 10:12