Vittorio Gatti

Vittorio Gatti
fotografia Vittorio Gatti 

Tipografo, attore, regista cinematografico, editore

Vittorio Gatti, figlio di Gabriele e di Lucia Strada, dopo le cinque classi elementari deve lasciare la scuola e diventare subito operaio nella tipografia Alessandro Luzzago. Nel 1900 a 14 anni è tra i fondatoti del Circolo ricreativo operaio Sant’Alessandro. Nel frattempo frequenta le scuole serali, legge molto, si dedica al canto come contralto solista, alla pittura e alla recitazione. Entra in amicizia con i pittori e scultori Botta, Mozzoni, Fiessi, Franciosi ecc. e diventa primo attore e capocomico della compagnia filodrammatica Sant’Alessandro che porta alla conquista del Premio Nazionale di Livorno con il dramma "Gli spettri" di Ibsen.
Durante la prima guerra mondiale è caporeparto presso lo stabilimento bresciano "Mida" che abbandona assai presto per dedicarsi alla sua grande passione, l'arte cinematografica, presso la "Brixia Film" che è in campo cattolico tra le prime società produttrici di film in Italia, film che vengono esportati in Germania e raggiungono l'Italia Meridionale tramite la distributrice "Moretto Film", anch'essa di Brescia. Per la “Brixia film” è attore, regista e soggettista. Fra la sua produzione figura anche "La forza del destino".
Nel 1921 assume la direzione della Editrice Queriniana alla quale reca un grande impulso: nel maggio dello stesso anno dà alle stampe "La vita di N.S. Gesù Cristo" di Le Camus, in tre volumi. Nel 1925 passa alla direzione della Libreria Morcelliana e poi della Editrice, per la quale nel 1926 organizza la stampa dei "Santi Vangeli" nella traduzione di monsignor Luigi Gramatica e con i disegni di Vittorio Trainini, opera che costituisce un'impresa di grande valore e successo.
Nel 1927 inizia l'attività editoriale in proprio con una vita di "Rosa Maltoni Mussolini" fatta ritirare da Mussolini perché conteneva troppo chiari accenni alla sua fanciullezza da discolo.
In pochi anni Vittorio Gatti diventa uno dei più conosciuti ed apprezzati editori cattolici d'Italia. Supera nel 1930 una grave crisi grazie all’aiuto di alcuni amici: prima il conte Mazzola, poi la signora Bontempi e l'avvocato Andrea Trebeschi. Sostenuto dai consigli di sacerdoti quali don Peppino Tedeschi, padre Manziana, padre Bevilacqua, monsignor Pasini e monsignor Guerrini, Gatti ritorna con maggior tenacia all'editoria.
Nel 1932 scopre le doti eccezionali di un umile parroco di campagna: don Primo Mazzolari e lo sollecita a scrivere pubblicandogli il primo libro "Il mio parroco", testo che finisce sotto sequestro da parte delle autorità e che reca all’autore e all’editore l'amarezza per l’incomprensione e il boicottaggio da parte di molti cattolici e religiosi allineati con il fascismo. Nonostante ciò Gatti pubblica tutti i libri del parroco cremonese. Nel 1937 il Ministero per la stampa e propaganda fascista gli sequestra l'edizione del "Problema del comunismo» di Berdiareff, tradotto da Pietro Cenini, nel 1938 l'edizione de "L'uomo che s'avvicina" di Pierre L'Eremite, nel 1941 "Tempo di credere" di Primo Mazzolari.
Grazie a Vittorio Gatti gli italiani poterono leggere ed amare Mounier, Bernanos, Riquet, Baumann, Lavedan, Gheon, Bòssuet, Grandmaison, Berdiaeff e tanti altri. Anche molti bresciani furono valorizzati: don Pietro Rigosa, Nella Berther, Ondei, Zadei, Canossi, Ragazzoni, Turlini, Marangoni.
Nell'aprile 1933 a Gatti viene assegnato il premio di eccellenza per opere diverse e la medaglia d'oro all'esposizione dell'arte del libro cattolico italiano di Milano per l'opera "Meditazioni sul Vangelo" di Bossuet. La sua libreria diventa sempre più un centro di resistenza al fascismo e durante l'ultima guerra diventerà ritrovo di uomini della Resistenza quali Vighenzi, Andrea Trebeschi (che fu un suo mecenate), Cenini, Bianchini, Bardelli, Petrini, Pozzi, Testa ecc.
Nel secondo dopoguerra riprende a pubblicare opere di Mounier, Bernanos, Riquet. Per i richiami dell'autorità religiosa dovuti alla pubblicazione del volumetto "Anch'io voglio bene al Papa" interrompe la pubblicazione delle opere di Mazzolari, che riprende dopo la morte di questi.
Più tardi Paolo VI lo definirà: "editore geniale e coraggioso".

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