interventi del Presidente
Intervento sulla Brescia del '900
Brescia i luoghi del divertimento nel centro storico ai primi del '900.
BRESCIA - I LUOGHI DEL DIVERTIMENTO NEL CENTRO STORICO
AI PRIMI DEL '900
Oggi come nei primi anni del '900 il centro della nostra città era a tutti gli effetti il
salotto buono, il punto di ritrovo per la passeggiata ,la festa, le chiacchiere.
Scorrendo le cronache del tempo, sorprende scoprire il numero di caffè, circoli privati,
teatri ufficiali e non, aperti al pubblico.
I tempi del divertimento seguono il calendario delle festività come Epifania, Carnevale,
Quaresima, Pasqua, Fiera d'agosto, Natale. Due appuntamenti animano lo spirito
aggregativo cittadino: il Carnevale e la Fiera d'agosto.
Il Carnevale che da secoli rappresenta una parentesi di trasgressione e festività al
trascorrere ripetitivo del vivere quotidiano, con i primi del secolo perde gran parte
della secolare esclusività. Nuovi divertimenti lo rimpiazzeranno. Del vecchio carnevale
sopravvive solo l'aspetto della trasgressività, spesso condannata e repressa con
provvedimenti locali.
Più duratura e sentita rimane la Fiera d'agosto. Si svolge dal 6 al 18 agosto. Le sue
origini affondano in un tempo assai remoto, quando le filatrici di ogni casa, dopo il
raccolto dei bozzoli, si riversavano sul mercato a rivendere i prodotti sericei.
La Fiera nel suo aspetto più popolare e godereccio esercita un grande fascino sulla
popolazione. Da ogni angolo della provincia «coi trams, colla ferrovia, con birocci, ma
specialmente con carretti e a piedi», centinaia di contadini si riversano nella "piazza
delle meraviglie", ammirano «con tanto di bocca ed occhi aperti» ipnotiche altalene,
scoppiettanti bersagli, serragli di bestie feroci. Si lasciano ammagliare da promesse
allettanti di spettacoli fantastici. «Venghino signori! Venghino alla buona piazza;
vedere per credere!», così gli instancabili imbonitori catalizzano l'attenzione dei
passanti che, frastornati da «assordanti rumori di campanelle, trombe, ed ancora più
noiosi organoni», rimangono spesso vittime di incalliti borseggiatori. A questa festa di
suoni e colori non mancano di tanto in tanto le contese fra ambulanti, spesso
degeneranti in vere e proprie zuffe. Basta ostruire la vista di un banco con altre
attrazioni per provocare le reazioni più spropositate, scandite a suon di bastonate o di
coltelli. Inutile dire che anche questo fa parte dello spettacolo. Questo tipo di
divertimento popolare, con il passar del tempo prende sempre più piede anche fra le
classi refrattarie a mescolarsi al «populus mala bestia». Già nel corso dell'Ottocento le
cronache locali segnalavano di tanto in tanto la presenza di qualche «elegante
signore», ma è soprattutto a partire dai primi del Novecento che questo fenomeno
assume una reale consistenza registrando la presenza di un pubblico più vario,
prevalentemente femminile. Alla Fiera del 1904 «Varie eleganti signore», con tanta
enfasi, vengono segnalate dal cronista de “La Sentinella”.
I luoghi di divertimento in città sono molteplici. Molto frequentati sono i caffè, ubicati
in tutti i punti nevralgici della città. Non è disdegnato nemmeno il teatro. La passione
per l'arte drammatica dilaga, debordando dalle mura dei due teatri ufficiali (il teatro
Grande ed il teatro Sociale ex Guillaume). Numerose le rappresentazioni di circoli
privati, quali il Filodrammatico, il teatro della Famiglia (ex Teatro Tutti Amici), il Teatro
Alfieri. Proliferano anche le rappresentazioni tenute da privati cittadini, come la recita
di beneficenza allestita nel maggio 1908 in casa del cavalier Alessandro Bruni-Conter
alla presenza del fior fiore dell'«aristocrazia bresciana».
Scendendo di qualche gradino la scala sociale, non mancano d'esercitare il loro fascino
le numerose osterie aperte fino a notte inoltrata, il cui numero cresce a dismisura. Già
nel 1902 si contano uno spaccio di vino ogni novanta abitanti, causa non ultima
dell'alcolismo, soprattutto tra la classe operaia.
Nel Diario Guida del 1900, una sorta di almanacco cittadino, viene registrata la
presenza sul suolo urbano di quarantaquattro «Caffè, birrerie, bottiglierie» e nove
«caffè, vinerie, ristoranti»: un numero di tutto rispetto soprattutto se ne consideriamo
l'ubicazione pressoché concentrata nelle stesse vie del centro cittadino. I nove caffèristoranti
occupano il cuor cuore del centro urbano: Corso Palestro, Corso del Teatro,
Corso Magenta. Fra i nove caffè vanno annoverati gli storici Guerini in Corso del
Teatro e Della Rossa in Corso Palestro: caffè che hanno fatto storia e le cui origini
sprofondano nelle tumultuose giornate risorgimentali. Si tratta di caffè elitari, molto
curati nel particolare estetico; ne è un esempio il caffè Guerini (di cui abbiamo
un'eloquente testimonianza in un quadro di Luigi Campini). Ai primi del novecento
occupa tutto lo spazio dei portici, racchiuso tra il teatro Grande e via X Giornate.
Piacevolezza, maestosità, centralità costituiscono le caratteristiche tipiche di questi
locali; qui regna sovrano il desiderio di ostentazione.
Nei caffè si fa sfoggio di «toilettes» femminili, si discute di cavalli (poi d'automobili), di
politica. Frequentarli significa affermare uno status sociale, imporsi al popolo ed
accattivarsi il consenso dei nobili. È qui che l'avanzante medio-alta borghesia cerca la
sua legittimazione sociale, nobilitandosi con lo sfoggio invadente del denaro e del
lusso. A tale fine il caffè assolve una mera funzione estetica, di consumo superficiale e
passeggero. Questi ambienti non necessitano di intrattenere con spettacoli di varietà o
concerto, come peraltro avviene nei caffè-chantant di numerose altre città. Gli stessi
frequentatori ne sono l'attrazione tutto quello che offrono è una grande vetrina
multiforme e colorata ove, sotto i riflettori di luci artificiali, gli avventori si muovono
come macchiette in cerca di una propria collocazione.
Il teatro Grande : il “Massimo” cittadino.
Il Teatro Grande è sul finire dell'ottocento una sorta di gloria cittadina. Considerato
alla stregua dei massimi teatri della Scala, della Fenice, del Regio, del Carlo Felice,
adempie il ruolo di teatro rivolto ad un' élite aristocratica. Sorge nel centro più attivo
e vivace della città, sul corso che ne prende il nome (attuale Corso Zanardelli).
Questo ambiente signorile ed esclusivo apre i suoi battenti per due sole stagioni
all'anno (sembra che il tempo si sia fermato!): per la stagione del Carnevale alla quale
sono tradizionalmente consacrati l'opera lirica e il ballo con conclusione il martedì
grasso; per la stagione cosiddetta della fiera d'agosto, con artisti di cartello per
spettacoli di primaria importanza
Nel 1907 una cavillosa questione si affaccia sulle pagine dei quotidiani; quella
riguardante le sorti del Teatro Grande, ormai fuori tempo in un clima di continua
ascesa borghese.
Eloquente a tale proposito l'affermazione del consigliere Graziotti, proprietario di un
negozio di tessuti in Corso Palestro, che dice:
«Il nostro Teatro Grande è bello, ma è pur anche vero che ormai ha fatto il suo tempo,
e così com'è ora non è più possibile mantenerlo. In pratica è accessibile solo ai
cittadini ricchi.
I palchettisti si riuniscono, convengono sulla necessità di riformare il teatro, «che
soffre le mutate abitudini della cittadinanza e più la Crisi finanziaria», ma non sanno
esattamente quale via seguire, le proposte sono molteplici, fra le principali quella di
chiudere per un breve periodo il teatro «per rendere persuasa l'opinione pubblica che
per riaprirlo sono necessari maggiori denari».
La dibattuta questione si conclude con l'abolizione della stagione della Fiera e con la
trasformazione a galleria di quattordici palchi della quarta fila, un compromesso per
niente disdicevole che permette agli aristocratici palchettisti di salvaguardare il
primato sul loro massimo teatro ed a nuove classi sociali di penetrare tra le gallerie ed
i colonnati di un teatro edificato ad immagine e somiglianza della vetusta classe
aristocratica.
«Il Teatro Grande rimarrà dunque nonostante la riforma, un teatro a palchi privati, un
teatro signorile, del genere della Scala, della Fenice, del Carlo Felice ecc.: mentre il
Teatro Sociale è stato costruito al preciso scopo di rispondere a quelle esigenze che il
Grande non può soddisfare»
Il Teatro Sociale : sala popolare.
Nel 1905 sulle ceneri del Teatro Guillaume nasce il teatro «Sociale». Si tratta di un
teatro per tutti i gusti e per tutte le tasche, accessibile alle più modeste classi sociali,
con una sapiente e pratica distribuzione dei posti e suddivisione dei prezzi. Diventa,
comunque un teatro borghese, dove dall'alto delle gallerie e dalla vasta platea,
commercianti, ufficiali, impiegati, mantengono uno sguardo privilegiato, convogliando
nell'ampio - ma pur sempre distaccato loggione - il popolino fracassone e
attaccabrighe, quasi ingabbiandolo in una sorta di piccionaia.
Si tratta di un pubblico eterogeneo e visceralmente partecipe, che spesso si trova
messo a dura prova, come nella burrascosa serata del 1909, in occasione della prima
della Fedra di D'Annunzio. Si verifica un vero e proprio confronto sociale: dalla galleria
i fischi degli studenti - assecondati dal pubblico del loggione cozzano con gli applausi
e le costanti ovazioni della borghesia e dei dannunziani in platea. Una serata
incendiaria, che si conclude con una vera e propria rissa e con l'intervento dei
carabinieri.
Altrettanto movimentata è la sera del 3 gennaio 1914, quando il Sociale ospita la sua
prima serata futurista. Galleria e loggione sono gremiti di giovani spettatori. Marinetti
esordisce con la lettura di liriche in verso libero e proclamazioni di spirito anticlericale
e antisocialista. Una serie di fiondate "di proiettili" provenienti dalla galleria lo
colpiscono, poi la serata si conclude con un tripudio di applausi ed ovazioni provenienti
da ogni ordine di posto.
Secolo nuovo, gusti nuovi. I fermenti sociali dell'ultimo decennio dell'Ottocento hanno
trovato anche nell'ambito del divertimento una loro evoluzione: il cinema. Per
Brescia il battesimo cinematografico avviene il 10 agosto 1896. Siamo in pieno
periodo di Fiera. I baracconi hanno ormai preso posto nelle piazze centrali ed i portoni
del Grande si preparano ad essere spalancati per la prima della Bohème di Puccini. In
questo clima godereccio e festivo, "La Sentinella" annuncia la prima cinematografica
bresciana: “Sabato p.v. nel salone di scherma della società Forza e Costanza con
ingresso di fronte al Teatro Guillaume verrà inaugurata una serie di esperimenti
pubblici di proiezioni di fotografia animata ottenute col mezzo del Cinematografo
Edison”. Si tratta di un attraentissima novità, che Brescia potrà ammirare prima tra le
città di provincia.
Si tratta di scene appartenenti al catalogo Edison, fra queste: Duello di gatto, Scene di
ipnotismo, Acrobata Bertoldi, Scena di linciaggio, Tiratrice indiana, La bottega di
barbiere. Alle leggendarie fughe di spettatori, dinanzi all'avanzare del treno, a Brescia
si sostituisce il giocoso interloquire con la scena visiva.
Alle sue prime apparizioni cittadine, il cinematografo viene recepito come uno
spettacolo alternativo al varietà, al concerto di famiglia, alla rivista teatrale. Il pubblico
è sempre molto numeroso alle rappresentazioni serali, mentre quelle diurne,
organizzate per militari di bassa forza e bambini, (al prezzo ridotto di centesimi 20),
sembrano registrare un numero inferiore di presenze. Non a caso immediata nasce
l'associazione tra la musica ed il cinema, che viene dotato per ben due sere di seguito
dell'accompagnamento musicale,della Società mandolinistica La Stella, uno dei più
apprezzati gruppi musicali della città.
In alcuni casi allo spettacolo cinematografico si uniscono spettacoli di varietà, esercizi
acrobatici, esibizioni di «belle ed eleganti equilibriste», che subito suscitano lo sdegno
e l'allarme del cattolicissimo "Il Cittadino di Brescia", il quale nota «che tali esercizi
tardano inutilmente la rappresentazione e vengono eseguiti da donne in costume poco
corretto: due circostanze che quantunque di ordine diverso, meritano di essere
considerate disdicevoli».
l bresciani non mancano tuttavia di esprimere le proprie preferenze. Sappiamo così
che «le scene drammatiche colte dal vero», coinvolgono il pubblico. Altre come La
mano nera, danno adito a qualche perplessità, al tempo stesso, se i «dal vero» ed i
documentari scientifici e di attualità non mancano di suscitare approvazione, quadri
troppo cruenti o realistici, come Le operazioni chirurgiche del Dott. Doyen, «non a tutti
divertono o paiono interessanti» . Insomma, nel cinematografo, come del resto a
teatro, il pubblico bresciano oscilla tra un gusto drammatico di ascendenza
tardoromantica ed un gusto realistico. Un'altra occasione per usufruire delle visioni
cinematografiche è offerta dalla Fiera d'agosto.
Numerosi ambulanti distribuiscono i propri casotti tra piazza del Duomo, piazza
Vecchia (attuale piazza Loggia) e piazza Rovetta. Per anni nomi come Ercole Pettini,
Filippo Leilich, Franz Kullmann, Gioovanni Zamperla, Santoli, rievocheranno nei
bresciani le immagini di padiglioni cinematografici straordinari, illuminati da grosse
motrici a vapore e rallegrati da magnifici organi concerto.
Il 27 agosto 1907 i bresciani assistono all'apertura della prima sala cinematografica
cittadina: il Cinematografo Roi Soleil, ubicato in Corso Palestro 44. La risposta del
pubblico risulta subito positiva, sollecitata da un attento battàge pubblicitario che
cerca di identificare il nuovo ritrovo con un ambiente raffinato e ben frequentato.
Nel 1911 viene inaugurato il Cinema Centrale. Tale è la ressa, che la sera della prima
un pubblico impaziente travolge i «tendaggi di velluto rosso ed abbatte due colonnette
d'ottone».
Quattro sono gli esperimenti di esercizio che si alternano tra il 1912 ed il 1913: il
Cinema Italia, il Cinema Garibaldi, l'American Cinema ed il Cinema Giardino in Corso
Magenta 54. Si tratta probabilmente del primo cinema all'aperto.
Sono esperimenti di breve durata, ma interessanti anche per il tipo di operazioni
pubblicitarie che esercitano. Il Cinema Americano avanza le prime richieste di
affissioni pubblicitarie sulla torre della Pallata (puntualmente rifiutate).
La sera del 25 ottobre 1914 il Cinema-Teatro della Crocera di San Luca viene
inaugurato, con la prima de La donna nuda della Aquila Films con l'interpretazione
della compagnia Borelli-Gandusio. Il locale si presenta grandiooso, si annuncia una
sala di proiezioni capace di ben 1000 posti.
È soprattutto con l'apertura del Centrale che i lungometraggi prendono piede tra il
pubblico bresciano. Nel dicembre del 1911 arriva Cirano de Bergerac, seguono di lì a
poco Le avventure di Pinocchio, fino al grande evento del 1912: La Gerusalemme
liberata della Cines, pellicola della lunghezza di 1.000 metri: quasi pari all'Odissea
della Milano Films.
L'anno che scandisce l'apogeo del lungometraggio è il 1913, quando sullo schermo del
Sociale arriva “Quo Vadis?” tre ore di apoteosi dell'arte cinematografica, seguono “Gli
ultimi giorni di Pompei”, “I promessi sposi”, “Cleopatra”. Nell'ottobre 1914 arriva
Cabiria, il capolavoro di Pastrone e di D'Annunzio, che tanto successo riscuote tra il
pubblico bresciano, tanto da essere riproposto nel giro di un anno per ben tre volte.
A volerla vedere bene la situazione non è cambiata di molto: problemi economici per
l'apertura dei teatri, le feste popolari alla portata di ogni classe sociale, sale
cinematografiche bar e ritrovi che aprono e chiudono.
Così la nostra Brescia, di ieri e di oggi…
FLAVIO BONARDI
Presidente Circoscrizione Centro
del Comune di Brescia