Balze che si susseguono in vista una dell'altra confinate da pareti ocracee sotto un cielo scurissimo (come non ce ne sono più). Balze a scendere a salire scivolano via come quei trenta metri di pannelli dove si inseguono profili di montagna e cento alberi salgono e scendono lungo un improbabile profilo.
Montagna al Museo di Scienze Naturali e non si può più parlare di vetrine e non si può più parlare di sale.
Si sono progettati spazi e volumi, studiate prospettive, messi in scena squarci che ad ogni passo rendono mutevole la visuale, come in montagna.
L’orizzonte cambia continuamente anche qui, come cambia la scala di rappresentazione.
Ma come si fa, ad esempio, a rappresentare le rocce profonde del bresciano?
Come dire una lastra lunga otto metri ed alta uno che deve rappresentare una sezione di montagna per una lunghezza di 150 Km e uno spessore di almeno tre mila metri.
E il raggio terrestre? uno scherzo come seimila chilometri, ridotto a poco più di un metro e granuli di polline invisibili ad occhio nudo, balzano fuori larghi una spanna.
Da un lato nude rocce ed eterni ghiacciai in una atmosfera tra cielo e terra, giusto il colore delle pareti.
Ma le rocce nascondono tracce e troviamo fossili così come impronte di animali attuali compaiono sul pavimento e da ogni balza si vede quel cranio fotografato del primo uomo Kobi fora 1470: Homo abilis 1.800.000 anni fa.
Ma rocce e fossili, ma alberi e animali sono fermi al loro posto, mentre la presenza della vita viene evocata nella penombra di un tunnel dove i rumori della natura e il canto degli uccelli si lasciano ascoltare.
Un tunnel sonoro si snoda argenteo alla vista come un grande fiume e collega a nord balze e percorsi; il Museo tende ad essere fatto per i cinque sensi; meta né prossima, né facile. Ma lo spettacolo sonoro riporta un'altra dimensione del reale frazionata e separata dal resto; immersi nel buio si ascoltano le prime voci dell'alba e via nel sole a grida e sussurri sorpresi poi da un temporale ed ancora fino alle sorprendenti voci della notte dalla civetta, alla cincia, al gallo cedrone, all'allodola,dalla cavalletta al rospo.
Così dopo aver ascoltato i suoni vai a cercare l'animale nelle sale degli ambienti, disegnalo e torna ad ascoltare; ma lì accanto 23 metri di pareti mobili dimostrano profili di monti con la loro vegetazione; dove pensi che lo potresti incontrare quell'animale che canta lì dietro se finalmente tu andassi davvero in montagna? E se fosse un gioco invece che la visita al Museo?
Scendere e salire mille orizzonti e mille connessioni, l’acqua ci fa ciclicamente ritrovare, e Garda Adamello diventa il binomio che caratterizza una versione a scala continuamente variabile.
Ci sono rocce a portata di mano per il Museo del vietato non toccare, ci sono rocce da misurare per capire i percorsi della conoscenza. C’è in auditorium un piccolo spettacolo che si integra nel percorso, ci sono strumenti multimediali per una grossa ambizione: che il visitatore torni in montagna con qualcosa in più “saper vedere ”.
Ha sorpreso anche noi la capacità del percorso nuovo, scenografico di interagire con le precedenti sale tutte vetrine: è un cantiere aperto questo allestimento, aperto perché il tavolo ha sostituito la vetrina, dove i vuoti delle pareti anziché esser chiusi dai contenitori vengono coniugati con spazi lasciati semi vuoti per un deambulare godibile anche da chi non vuol stare nel solco.
Ma uscire dal percorso, come dire un fuori pista, non per tutti è un errore; si può andare in neve fresca, si cambia stile. Magari incontriamo tra le balze-laboratorio un classico non finito che diventa occasione formativa come il restauro del famoso plastico degli anni trenta dove imparare la geografia di casa.
Prima di continuare a scendere lungo le prossime balze da allestire ci saranno appunto delle diversioni.
Manca infatti in tutto questo percorso la fondamentale presenza dell'uomo.
E' pur vero che nella balza dei fossili c'è un fantastico ologramma, ma quello che manca è la presenza dei segni dell'uomo.
Così verrà messo in scena quello straordinario complesso iconografico della Valcamonica dove i massi lisciati dal ghiacciaio ci raccontano una storia che facciamo ancora fatica a comprendere.
Ed è anche questa una sfida perché non sappiamo ancora bene qual'è la ricetta giusta per musealizzare qualcosa che -per fortuna - non si può portare in Museo. Forse è un aiuto a far meglio: il dovere infatti è quello di salvare memoria e magari di aiutare a comprendere.
Non si potrà dimenticare, pensando al visitatore come individuo critico e responsabile, di presentare l'intervento dell'uomo sulla natura, a volte sbagliato ed autolesionista.
Non dimenticare vorrà dire essere attenti agli eventi specie a quelli che sono definite catastrofi per l'elevato numero di vite umane perdute, ma sono catastrofi alle quali non compete assolutamente il titolo di naturali.
E poi… poi dobbiamo continuare a scendere, raggiungere il Garda: in trasparenza dalla balza dei fossili sotto a quella dell'Adamello ci sarà una visione d'acqua; poi davanti al Garda verrà evocato quell'anfiteatro morenico testimonianza d'un antico ghiacciaio che fa pensare a quello dell'Adamello che in questi anni diventa sempre più piccolo.
Un secondo dipolo costituito dai termini Garda-Adriatico chiude un intervallo tutto riempito di materiali che furono montagna e che nei milioni di anni potrebbero tornare ad esserlo se cementati fossero di nuovo corrugati.
Si, lo diceva anche Sandro Pignatti in visita al Museo, non dimentichiamo la pianura colla scusa che non esiste più un metro quadrato di terreno naturale.
Raggiungendo il piano terra lì dove oggi sono esposti i minerali verranno anche presentati suoli e sottosuoli caverne e miniere, sempre inseguendo l'acqua agente di distruzione e costruzione, modellatore di paesaggi inattesi, fondamentale ed insostituibile elemento di vita, magari occasione d'incontro.