interventi del Presidente
intervento Carnevale e dintorni
CARNEVALE E… DINTORNI
INTERVENTO DEL PRESIDENTE FLAVIO BONARDI ALLA PUBBLICAZIONE CRONACHE DEL NOVECENTO
Anche Brescia fin dai tempi antichi ha sempre gradito festeggiare il Carnevale.
In ogni periodo è stato il modo più popolare per togliere dalla mente e dalla vita quotidiana i pensieri, le preoccupazioni…. La fame.
Alcuni fanno risalire la radice etimologica del Carnevale al “carrus navalis”, carri a forma di nave usati a Roma nelle processioni di purificazione. Altri al “carnem levare”, togliere la carne, che indica l’inizio della Quaresima, periodo in cui ai cattolici era vietato mangiare carne. La tradizione medioevale prevedeva infatti un banchetto di “addio alla carne” la sera precedente il mercoledì delle Ceneri, saziandosi fino alla nausea prima dei digiuni quaresimali. In ogni caso, storicamente si tratta di giornate di gran festa, di voglia di mascherarsi, di nascondere per un giorno la verità prima di affrontare i quaranta giorni delle privazioni quaresimali.
Il Carnevale bresciano, fin dal 1600, si rivela, in perfetto stile veneziano, una festa di bagordi in cui si spezzano tutti i tabù, compresi quelli sessuali. I bresciani amano andare in maschera e in quel periodo, anche i religiosi spesso si adeguano a questa moda. Grande scandalo scoppia infatti in città nel 1634 quando un religioso, il curato di Mompiano, viene denunciato per la sua presenza a feste durante il Carnevale e nel 1682 quando si scopre che le suore del Monastero di S. Caterina, in maschera, “si pigliavano ogni libertà di disonesto passatempo”. Addirittura nel 1715 il Podestà ordina la chiusura dei teatri e l’uso delle maschere. “C’è di meglio da fare - tuona il poveretto inascoltato - per esempio organizzare processioni per ottenere la grazia divina nella guerra contro i turchi”. “Ecco giunto il Carnevale, la stagione dei bordelli, ecco aperto lo spitale ed usciti i pazzerelli” canta invece il popolino, prendendo a spunto un componimento satirico di Bartolomeo Dotti.
Dal “Farfarello” del 18 febbraio 1882, Stifinì racconta di un Carnevale magro:
“Quel jè magher! Quel jè magher ste poc dé de carneàl;
no se vét gna un car gna un bagher,
gnanca un mascher che va al bal.”
Sempre di quegli anni sono le feste da ballo e le cavalchine al teatro Grande, nel pieno della stagione lirica. Qualcosa di quel mondo è rimasto intonso nel corso dei secoli ed è il Carnevale bagosso.
Una tradizione tramandatasi per tre secoli e salvatasi grazie all’isolamento della valle impervia del Caffaro, quando allora non esistevano strade e scendere in pianura era un’impresa.
A Bagolino, tutt’oggi, l’ultimo martedì e mercoledì di Carnevale le maschere, “mascar”, travestite per lo più da vecchio o vecchia, con indosso gli umili costumi tradizionali dei contadini e dei mandriani (da uomo: ceviol; da donna: sòchet) vagano a gruppi per le strade con passo strascicato e zoppicante, ingobbiti e appoggiati a bastoni, compiendo brevi corse che fanno risuonare sul selciato le suole chiodate dei loro zoccoli (sgalbar).
I “mascar” prendono di mira i passanti e si divertono a importunarli con dispetti: tirano i capelli, danno pizzicotti, strofinano il volto, toccano gli organi genitali ai maschi e cercano di sollevare la gonna alle  ragazze. A Bagolino si dice che le maschere “vanno a cucine” per cercarvi le “frétole” che nel gergo locale è il termine che designa i dolci tipici del Carnevale.
Il periodo del Carnevale è per tradizione aperto dal “giovedì grasso” detto “della Zöbia grasa”, occasione per feste e balli. È il giovedì della settimana che precede l’inizio della quaresima ovvero il mercoledì delle Ceneri. Dopo il “martedì grasso”- ultimo giorno di Carnevale, hanno inizio con il mercoledì delle Ceneri le
celebrazioni pasquali, ma a metà Quaresima si godeva di una giornata di respiro e di festa rispetto alle privazioni quaresimali: il “giovedì della vecchia”.
In questa giornata si pongono sul rogo pupazzi ai quali si attribuiscono molteplici significati.
È un rito propiziatorio per rimuovere la brutta stagione e i malanni, ma è anche un modo per porre alla berlina personaggi pubblici non graditi. Gabriele Rosa scrive nel 1870 che da “tempo immemorabile sussiste fra noi la costumanza di bruciare le vecchie e questo baccanale ha luogo il giovedì di mezza Quaresima. (…) La mattina del giovedì da quasi tutte le famiglie si espongono sulle finestre e sui veroni delle case capricciosi fantocci, o si conficcano dalla plebe sovra acuti pali di mezzo alle strade maggiori. I fantocci dalle finestre si ritirano alla sera e quelli sulle vie si abbruciano con fuochi d’artificio con grandi
clamori e battimani. Non si direbbe quel giorno d’aver pranzato se non si mangiassero frittelle si bevesse vin bianco”. Anche se non proprio come nella descrizione di Gabriele Rosa, il giovedì di mezza Quaresima si festeggia ancora ovunque con il rogo della vecchia (“ècia”) fra fracasso e allegria generale; anche oggi nell’occasione in molte località si distribuiscono frittelle e vino.
Insomma sono passati quattrocento anni ma l’usanza del Carnevale, dei bagordi, delle maschere, non è cambiata poi molto. Oggi forse si sente meno la necessità di strafogarsi con banchetti luculliani per affrontare poi, a pancia piena, la Quaresima. Vuoi perché comunque ci si alimenta sempre in modo abbondante, vuoi perché oggi i rigori quaresimali sono molto meno osservati e il digiuno del venerdì per gli adulti spesso si trasforma in un lauto ed economicamente caro pranzo a base di pesce.
Resta comunque intatta la voglia anche per un solo giorno di trasformarsi, di vivere nei panni di un’altra persona, di prendere altre sembianze e in qualche modo sentirsi più liberi di dire e di fare.
FLAVIO BONARDI
Presidente Circoscrizione Centro del Comune di Brescia