Commemoriamo oggi, nel trentesimo anniversario, il rapimento di Aldo Moro e la barbara uccisione della sua scorta, l’assassinio di 5 uomini.
Il 16 marzo 1978, tra le ore 9.02 e le 9.05, in via Fani a Roma, un commando composto da circa 19 persone appartenenti all'organizzazione delle "Brigate rosse" rapì il Presidente della Democrazia Cristiana e assassinò i cinque uomini chiamati a garantirne la sicurezza e l’incolumità.
Come noto quella mattina l’on. Moro, giovane componente dell’Assemblea Costituente, cinque volte Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente del partito della D.C., si stava recando alla Camera dei deputati per partecipare al dibattito sulla fiducia al IV Governo Andreotti; questo nuovo Governo, fortemente voluto da Moro, era caratterizzato dall'ingresso del Pci nella maggioranza programmatica e parlamentare.
Iniziano così i 55 giorni più tragici della storia della Repubblica italiana, che si concluderanno con la sua uccisione avvenuta il 9 maggio ed il rinvenimento del cadavere in via Caetani.
Ancora oggi la parola e la filosofia politica di Aldo Moro conservano tutta la loro validità, a partire dalla convinzione che il ruolo e la funzione dello Stato fossero individuabili innanzitutto nel rispetto e nella promozione della persona umana. Il senso del rispetto dell’altro, la logica dell’inclusione, del “noi” e non solo dell’ ”io”, una concezione “mite” della politica sono i valori che Moro ci ha trasmessi e che occorre salvaguardare e valorizzare.
In un tempo in cui la memoria rischia di perire sotto i colpi della velocità di un nuovismo che annienta il passato per esaltare le piccole vicende quotidiane, crediamo infatti tocchi proprio alle Istituzioni conservare il ricordo di coloro che si sono battuti per la democrazia e per la pace, per l’equità, la giustizia, la solidarietà, per l’affermazione di più diffusa responsabilità, in cui i diritti siano da tutti esigibili, non merce di scambio politico clientelare.
Ma non si vuole dimenticare che il giorno del rapimento, il 16 marzo 1978 – trent’anni orsono - gli uomini della scorta di Moro vennero uccisi senza pietà dal comando delle Brigate Rosse, da coloro che inneggiavano alla difesa ed alla dignità dei lavoratori, vaneggiando l’uso della violenza quale strumento di convincimento.
Cinque uomini, lavoratori e servitori dello Stato, poliziotti e carabinieri che hanno dato la loro vita per proteggere il Presidente Aldo Moro: eroi del quotidiano, forse dimenticati troppo in fretta ed a lungo lasciati nell’ombra, ma che intendiamo oggi commemorare. Ragazzi e uomini semplici, padri affettuosi, mariti presenti, figli e fratelli adorati. Carabinieri e poliziotti con un forte senso di responsabilità nei confronti del servizio e dello Stato, uccisi mentre compivano il loro dovere.
Giova ricordare quanto il presidente Moro fosse umanamente legato a questi suoi “angeli custodi”.
A trent’anni dal tragico agguato di via Fani mi pare doveroso registrare e sottolineare come, purtroppo, seguendo un copione che è quello della sempre più evidente spettacolarizzazione del crimine, mentre (cresce) è aumentata l’attenzione per le “complesse” personalità dei criminali (BR in questo caso) e i loro veri, presunti o inesistenti pentimenti indagati e descritti con profluire di parole e di immagini; di pari passo è diminuito fin quasi a spegnersi il ricordo delle vittime minori, normali, ovvie si potrebbe dire.
Indagini, quelle nel caso Moro, che hanno toccato gangli vitali dello Stato, e personaggi politici al centro della vita democratica del Paese, hanno spaziato coinvolgendo massoneria e servizi segreti di tutto il mondo, a cominciare dagli USA e dall' URSS passando dal Mossad e dalla Germania dell’Est.
Ma, mi sia consentito parlare anche di studi (e forse anche di indagini) da taluni condotti non per conoscere e comprendere, ma spesso, con evidente inclinazione a giustificare i protagonisti negativi di una strategia del terrore, nella quale trovavano reciproca motivazione le “azioni di guerra” degli opposti estremisti.
Oggi, purtroppo, una lettura ancor più sottilmente (o platealmente) revisionista, archiviati insopportabili fallimenti storici, in ragione di necessitati processi politici, mira ad una generale assoluzione politica “bipartisan”: essa pretende che il dolore per le vittime sia silenzioso (come si conviene alle tanto deprecate persone perbene). C’è in questo processo tutto il cinismo di una cultura e di una politica corrotta e. proprio qui, sta l’origine della loro corruzione: nell’insignificanza della vita e della dignità della persona, certo questo non interessava a coloro che si dichiaravano nè con lo Stato né con le BR.
Io penso che il rapimento di Aldo Moro, i 55 giorni di prigionia, il suo barbaro assassinio non possano essere estrapolati dall’iniziale criminale agguato nel quale caddero massacrati cinque uomini, cinque lavoratori poliziotti, anche loro testimoni e parte di un popolo al quale il Presidente Moro, il Parlamento che si accingeva a votare la fiducia al Governo, cercavano di proporre una via di concorde responsabilità, per uscire da una lunga e tragica stagione della nostra Repubblica.
Ne scandiamo i nomi, rivolgendo Loro un grato e commosso pensiero.
Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, aveva 42 anni; Giulio Rivera, agente di polizia di 25 anni; Francesco Zizzi, vice brigadiere di polizia, 30 anni; Raffaele Iozzino, agente di polizia di 25 anni; Oreste Leopardi, maresciallo dei carabinieri di 52 anni.
Per le loro famiglie, così come per quella di Aldo Moro, dopo 30 anni di silenzio, di dolore e di ricordi, la ferita è ancora aperta, non solo perchè hanno perso i loro cari, non solo perchè il tempo non può cancellare il dolore, ma perchè sono stati certamente lasciati troppo soli.
Cinque uomini dello Stato caduti compiendo il Loro dovere: a loro vada la nostra memoria, il rispetto delle Istituzioni, la solidarietà ai familiari. Il Loro sacrificio, unitamente a quello dell’on. Aldo Moro, non è stato vano: il confronto nella pacifica e civile convivenza, la democrazia, la Repubblica italiana, continuano ad essere, anche grazie a Loro, baluardo inespugnabile del nostro vivere, di un’Italia libera e rappacificata.
Luigi Gaffurini
Vice Sindaco di Brescia
Brescia, 16 marzo 2008