comunicati stampa 2005
25 APRILE 2005 ORAZIONE UFFICIALE DEL PROF.GIOVANNI MARIA FLICK
60° anniversario della Liberazione Brescia, Piazza della Loggia
Cittadini di Brescia, signor Sindaco, autorità e rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni partigiane, d’arma e combattentistiche, dei partiti, dei sindacati, dei centri e delle fondazioni intitolate alla Resistenza e alla Storia contemporanea.

«Ci eravamo già posti all’opera per fare risorgere l’Italia dalle sue rovine. (...) Guardavamo avanti, a quella che fu la primavera esaltante della Liberazione, che annunciava il ritorno alla democrazia. Nei prossimi mesi ci prepariamo a celebrare, tutti insieme, i sessant’anni della nuova Italia democratica, libera, unita». Con queste parole, fin dal messaggio dello scorso Capodanno agli italiani, il presidente della Repubblica esortava a preparare questa giornata, che è il fondamento del nostro assetto istituzionale, al quale si pervenne con la scelta della Repubblica prima, con l’adozione della Costituzione poi. Raccogliamo l’invito del presidente Ciampi, e sono onorato che la città di Brescia, medaglia d’argento della Resistenza, abbia voluto chiamarmi a celebrare insieme questo anniversario. Perché noi non vogliamo che la festa del 25 aprile sia abolita, non crediamo che esistano altre date egualmente meritevoli di rappresentare l’identità del Paese e che possano meglio aspirare al consolidamento di una memoria condivisa (proprio quando, poi, altre giornate della memoria sono state giustamente e da poco istituite).Non voglio dimenticare il sempre attuale invito di Italo Calvino, che in questo giorno di 28 anni fa, sul Corriere della Sera, elogiava «il pudore della retorica, che caratterizza i veri partigiani». Non è mancata, in passato la retorica, non sono mancate le tentazioni egemoniche e «proprietarie» - secondo la definizione di alcuni storici e uomini delle istituzioni - dei depositari della Resistenza e dell’antifascismo. Errori e difetti da correggere, e già largamente corretti; purché non siano utilizzati come alibi e pretesti per promuovere non già memorie condivise, quanto memorie indistinte: l’«offuscamento del ricordo» paventato due settimane fa dal vostro sindaco e storico Paolo Corsini al convegno «Resistenza e guerra totale», che ha costituito uno dei più importanti ma anche uno dei numerosi momenti di studio, di riflessione e preparazione degli ultimi mesi, qui a Brescia.
A tutto questo non ho partecipato, se non tenendomi informato a distanza. Oggi sono qui per chiudere con voi queste celebrazioni: non da storico, non da politico, quali non sono; né da giudice costituzionale, quale sono soprattutto quando osservo il silenzio al di fuori della camera di consiglio in cui si decidono le questioni; ma da cittadino. E ho voluto subito chiarire che sul 25 aprile si discute, ma il 25 aprile non si tocca, perché l’identità non è un optional e le sofferenze da cui è nata l’Italia repubblicana e democratica non erano una fiction. Lo dico in una città non abituata a enfatizzare il proprio contributo alla lotta di liberazione e alla Resistenza, che di resistenza e insurrezione è esperta da un secolo e mezzo, dalle dieci giornate risorgimentali del 1849, e che ancora 31 anni fa ha subìto, in questa stessa piazza, un attentato gravissimo, oscuro quanto chiarissimo nei moventi e nella matrice ideologica, e purtroppo tuttora largamente impunito.
Messe da parte le provocazioni, le non-comprensioni di chi non intende comprendere e condividere, è giusto interrogarsi senza reticenze e senza occultamenti di fonti e documenti. La ricerca storica lo sta facendo, con il contributo importante degli storici bresciani. Penso a Mimmo Franzinelli, autore delle «Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza», che verranno presentate fra poco a Palazzo Loggia. Ho letto un’intervista su quest’ultimo suo lavoro: «La maggior parte dei partigiani - osserva Franzinelli - si richiamava ai valori della patria, della libertà, della famiglia e della religione, mentre appaiono secondari i valori politici e ideologici. Anonimi eroi trascurati dalla storia - conclude Franzinelli - che nelle loro lettere non facevano retorica, mentre troppa retorica facciamo noi, negli scritti e nei discorsi sulla Resistenza». Se a questo si aggiunge che i partigiani militanti, almeno prima delle conversioni dell’ultimora, erano 100-150mila; mentre un consenso non armato e non militante coinvolgeva più ampie fette di popolazione, mi pare che ci sia vicinanza tra le considerazioni di Franzinelli e l’analisi di un altro storico bresciano, Roberto Chiarini, il quale parla delle «disastrose conseguenze» della contrapposizione tra «memoria rossa» e «memoria nera», e del doppio abbinamento fascismo uguale guerra, antifascismo uguale pace (e talvolta destra uguale fascismo), sottovalutando la «memoria grigia», tradotta «propriamente e impropriamente» come democristiana e post-democristiana.
Non si tratta solo di analisi e di confronti tra storici, perché in questa distorsione Chiarini coglie «il limite da superare per passare davvero dalla memoria di una parte a una memoria condivisa», che lui stesso definisce «memoria inclusiva, per la sua capacità di integrare potenzialmente tutti nelle istituzioni democratiche, salvo ovviamente i suoi nemici». Riflessione particolarmente significativa in questa città. I partigiani militanti in terra bresciana erano 5mila, calcola Rolando Anni nella Storia della resistenza bresciana diffusa in questi giorni insieme con il Giornale di Brescia. E tra le grandi figure della resistenza locale ricorda don Carlo Manziana, deportato a Dachau perché il suo oratorio dei Padri filippini della Pace era considerato un «covo di resistenza e propaganda contro la guerra». Oggi un discepolo di don Manziana, don Giulio Cittadini, non cede, giustamente sui princìpi: «Certo, è l’ora della pacificazione: a patto che non si faccia confusione sui valori fondamentali della Resistenza, che fu rivolta morale contro la minaccia del nazifascismo». Un “covo” pericoloso anche per l’attività di padre Giulio Bevilacqua, a lungo perseguitato e che nel 1965, tornato parroco di periferia a Brescia, sarà creato cardinale (restando tuttavia parroco) dal suo amico Gian Battista Montini, nel frattempo divenuto papa Paolo VI. Oggi un discepolo di don Manziana, don Giulio Cittadini, non cede, giustamente sui princìpi: «Certo, è l’ora della pacificazione: a patto che non si faccia confusione sui valori fondamentali della Resistenza, che fu rivolta morale contro la minaccia del nazifascismo». Ed è importante questa affermazione da parte di chi, come lo stesso padre Cittadini, ipotizza che il 25 aprile, «in nome di una ritrovata concordia», possa divenire la «celebrazione della vittoria dell’uomo libero contro tutti i totalitarismi e tutte le dittature... Vittoria - conclude - ancora da conseguire nel nostro pianeta».
Religiosi e cattolici non militanti, o almeno non armati, rappresentano una quota significativa dell’antifascismo bresciano, come pure quello rappresentato dalle ragazze-staffetta lungo i sentieri alpini. Le testimonianze di alcune di esse ho letto sui quotidiani bresciani e so che sono state riproposte nelle scuole e nelle rassegne, in corso anche in provincia.
A questa diffusa militanza non armata corrisponde una quota ancora più ampia di non militanti, che pure non si sottrassero ai rischi del sostegno, della solidarietà, del nascondimento di ebrei e potenziali deportati, dell’opposizione all’occupante tedesco. Una zona nobile, che possiamo definire «grigia» solo nel senso che all’aggettivo è attribuito da Chiarini: «Una Resistenza disarmata (che include) gli internati militari, i deportati, i renitenti, i disobbedienti a vario titolo dell’autorità repubblicana, nonché i civili che hanno condotto la loro resistenza passiva aiutando vuoi soldati italiani sbandati, vuoi prigionieri inglesi o americani fuggiaschi, vuoi ebrei ricercati o sfollati di ogni tipo».
Nessuno tema che questa ricerca della memoria sia un modo di volgersi al passato, che precluda il futuro. Al contrario, è solo la chiarezza sulle origini comuni (e la consapevolezza delle diversità) a consentirci di guardare avanti, di dialogare con tutti, di intraprendere percorsi un tempo inimmaginabili, come l’Unione europea allargata e l’adozione di un Trattato costituzionale europeo, ora sottoposto a ratifiche e referendum non sempre agevoli, ma che rappresenta un passo avanti forse, e per fortuna, difficilmente reversibile. E, a quest’ultimo proposito, è quanto mai attuale - per comprendere la necessità della chiarezza sul passato - il prossimo referendum francese sul trattato costituzionale: così problematico e pieno di incognite e di rischi, non soltanto per la difficoltà di comprendere l’identità europea, costituita da valori e non solo da interessi comuni; non soltanto per le influenze della politica interna; ma anche per i rapporti con la Turchia condizionati, tra l’altro, dalla sua riluttanza ad ammettere il genocidio armeno durante la prima Guerra mondiale.
Perché pretendere verità sul passato, come i processi sulle stragi naziste in Italia, mentre vincitori e vinti della seconda guerra mondiale sono oggi partner dell’Unione, e i loro cittadini attraversano liberamente le frontiere? «Identità significa avere delle radici, ma anche condividere un progetto che le trascende», risponde Filippo Focardi in un saggio di questi giorni - La guerra della memoria - sulla resistenza nel dibattito politico degli ultimi 60 anni. E attribuisce al presidente della Repubblica il merito di aver difeso e valorizzato il patrimonio del risorgimento e della resistenza, e di averlo legato al progetto dell’Unione europea democratica e unita. Barbara Spinelli su La Stampa di sabato scorso, definisce le discussioni sul 25 aprile «non solo sterili, quanto provinciali», e descrive l’evoluzione dell’Europa delle tante resistenze, che supera le colpe passate senza nasconderle, iscrivendole in un comune patrimonio.
Ci sono molti esempi di questo metodo, che non consiste mai nel voltarsi dall’altra parte e far finta di dimenticare. Pensiamo alla visita del presidente tedesco Rau in Italia, tre anni fa. Al suo viaggio a Marzabotto con il presidente Ciampi, il 17 aprile 2002. Rau disse: «La colpa personale ricade solamente su chi ha commesso quei crimini. Le conseguenze di una tale colpa, invece, devono affrontarle anche le generazioni successive. Non è facile trovare parole adeguate ad un simile orrore. Quando penso ai bambini e alle madri, alle donne e alle famiglie intere, vittime dello sterminio di quella giornata, mi pervade un profondo senso di dolore e vergogna. Mi inchino davanti ai morti».
La straordinaria, ben nota sintonia tra i due presidenti agevolò certo quel gesto, ma per capirne la portata dobbiamo immaginare il giorno in cui qualcosa di analogo avverrà a Srebrenica, con il presidente della Serbia a commemorare, davanti ai superstiti e ai familiari delle vittime, gli 8mila morti dell’enclave musulmana in terra bosniaca. Oggi quel giorno non appare vicino, e certo occorrerà più tempo di quanto non ne sia occorso ai governanti e ai popoli della ex Jugoslavia per disgregare una federazione di popoli che, frutto dell’ideologia anziché del consenso e delle cessioni volontarie di sovranità - come invece negli stessi anni avveniva appena al di là dell’Adriatico e delle Alpi - non resse al crollo dei muri e rovinò con essi. Ma sono altrettanto certo che sarà necessario un tempo minore rispetto ai 58 anni che separano la strage di Marzabotto dalla visita del presidente Rau.
Non c’è contraddizione in questo scavare alla ricerca della verità, in questo desiderio di avere giustizia perché resti memoria dei fatti (pur nella consapevolezza della ineseguibilità delle condanne), in questa disponibilità a chiudere i conti e accedere al perdono. Così si spiega il desiderio di svolgere i processi per gli eccidi e di far riemergere l’armadio della vergogna, grazie a giornalisti e storici coraggiosi e tenaci, come Franco Giustolisi e, ancora, il vostro Franzinelli. Pensiamo a quanto sia stato ingiusto e paradossale ciò che è avvenuto in nome, forse, di una ragion di Stato mai dichiarata e senza assunzioni di responsabilità. Ci siamo accontentati, finora, di qualche pur meritata medaglia al valor militare - il sacrificio di Salvo D’Acquisto, le Fosse Ardeatine, Marzabotto - mettendo la sordina su centinaia di episodi e migliaia di vittime civili, note solo alle comunità locali ed evocate sbrigativamente una volta l’anno, con la deposizione di una corona. Il Comune toscano di Stazzema (al quale molto si riferiscono i documenti e gli atti giudiziari ritrovati) è medaglia d’oro al valor militare da ben 35 anni; appena pochi anni prima, le prove dell’eccidio che gli valse quella medaglia erano state «provvisoriamente archiviate» nell’armadio della vergogna. Una sorta di patto indicibile e di risarcimento indecente, che può trovare spiegazione, non giustificazione, nel contesto politico internazionale del tempo. Non certo in una sorta di reciprocità che sembra ora emergere nei rapporti tra Stati, all’insaputa dei loro cittadini. Una ricerca appena apparsa da un piccolo editore, Italiani senza onore, pubblica i documenti dei crimini compiuti anche dall’esercito italiano in Jugoslavia fra il 1941 e il ’43: eccidi suggeriti da circolari e dispositivi firmati da generali, che parlano di «sgombero totalitario» per «elementi che possono trasformarsi in nostri nemici». Nonostante il cambiamento istituzionale e di governo, prevarrà il presunto, comune interesse a tacere di eccidi e di foibe, anche perché - secondo quella ricerca - tra i mille presunti autori dei crimini balcanici, non pochi avrebbero poi occupato posizioni di responsabilità nell’esercito e nelle istituzioni civili della nuova Italia democratica.
La memoria, dunque, attraverso la storia e le testimonianze, non basta a estinguere la sete di giustizia. Perché, senza giustizia, la memoria è monca. Coniugare memoria e giustizia è soprattutto un bisogno dell’uomo, ma è anche un modo, il modo, per comprendere la lezione della Resistenza e della Liberazione. La memoria guarda al futuro attraverso l’esperienza (e la sofferenza) del passato. Ne abbiamo bisogno, in un presente che vede riaffiorare quotidianamente l’intolleranza, il rifiuto delle diversità, l’antisemitismo, la violenza xenofoba, il fanatismo religioso, la violazione dei diritti umani a cominciare da quello alla vita. Solo tenendo sempre vive le proprie radici sarà possibile riconoscere le ragioni degli altri e rispettare tutte le memorie. La nostra radice è la Costituzione che nasce dalla resistenza e dal dialogo tra forze e ideologie diverse, le quali nella lotta di liberazione trovarono il loro comune denominatore e riscattarono la dignità della Patria. «Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti o nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto e versato il sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione»: così Piero Calamandrei che, nella Costituente, era tra i componenti della commissione dei 75, coloro che materialmente scrissero la proposta, poi discussa e integrata dall’intera Assemblea.
Tre mesi fa, su invito del sindaco Corsini - in questo invito, dunque, recidivo - sono stato a Cracovia dove ho raggiunto 500 studenti, soprattutto bresciani, e i loro insegnanti, lì arrivati con «Un treno per Auschwitz». In un contesto molto coinvolgente e drammatico, che suscitava la comune riflessione e molta commozione, svolgemmo considerazioni simili a quelle di oggi sul senso della memoria. Al ritorno ho letto su la Repubblica la testimonianza dello scrittore francese Marek Halter, ebreo di origine polacca, che ha aggiunto una ulteriore preoccupazione. Il suo timore è che la grande celebrazione dei 60 anni dalla liberazione dei campi, alla quale aveva partecipato qualche giorno prima insieme con capi di Stato e di governo, costituisse «la fine del ricordo, il passaggio obbligato dalla Memoria alla Storia». Teme, Halter, che l’assenza, e la ormai quasi compiuta scomparsa di tutti i sopravvissuti, di tutti i Giusti, cancelli ogni traccia di memoria. Ciò che si può evitare solo quando il ricordo si fa radice e identità, e perciò si trasmette tra generazioni. Non per separare, ma per unire nella diversità. Ed è importante, a tal fine, il coinvolgimento e la partecipazione dei giovani; come appunto è avvenuto, qui a Brescia, e in altre parti d’Italia, con l’iniziativa del “treno per Auschwitz” e con le riflessioni che la hanno seguita, anche nell’incontro di oggi prima di questa commemorazione e nei due interventi dei giovani, che abbiamo appena ascoltato. Occorre infatti che la memoria, intesa come espressione di una partecipazione del cuore, non diventi soltanto storia, intesa come espressione di una dimensione soltanto dell’intelletto e della conoscenza, ed in quanto tale più astratta e non coinvolgente.
Il rischio che si cancelli ogni traccia di memoria è sempre presente; l’esortazione e la vigilanza sono sempre opportune; ma, va detto, non siamo all’anno zero. Sembra a me molto importante ciò che è avvenuto in questi giorni nella Chiesa di Roma, e perciò universale, e ciò che ha suscitato nel nostro popolo. È avvenuto che Giovanni Paolo II - pontefice per 26 anni, operaio, 60 anni fa, in una fabbrica chimica nella Polonia invasa e occupata dall’esercito tedesco, seminarista clandestino - abbia ceduto il testimone a Benedetto XVI, teologo bavarese, 60 anni fa soldato nei servizi ausiliari antiaerei dell’esercito invasore. I Paesi da cui provengono sono, da meno di un anno, partner della stessa Unione europea. Nessuno in Italia, del tutto giustamente, ha manifestato perplessità per la nazionalità del papa. Ma non più di trent’anni fa non sarebbe stato così. Un tedesco vescovo di Roma avrebbe suscitato il disagio, ingiusto e ingiustificato, ma reale, di alcuni. Forse di molti. Da secoli, si riteneva normale che il papa fosse italiano (e, da qualche decennio, non opportuno che potesse essere tedesco). A quel tempo il papa era bresciano, e aveva appena concluso un Concilio che ha rilanciato il dialogo tra Chiesa e mondo. Benedetto XVI a Brescia è stato solo qualche volta, ma la sua riflessione teologica è nota in Italia grazie alle traduzioni degli editori bresciani Morcelliana e Queriniana. Naturalmente sono solo coincidenze. Ma, origine dei papi a parte, non dappertutto si producono libri, e dove ciò avviene il dialogo e l’incontro tra i popoli sono più facili, il confronto tra radici meno incomprensibile, l’intolleranza più evitabile. Auguro a Brescia e ai suoi cittadini di poter sempre mantenere un ottimo livello di convivenza e di contribuire con i propri uomini, con le proprie riflessioni e con i libri dei suoi storici e dei suoi editori, alla qualità delle istituzioni del Paese, alla condivisione delle nostre radici e alla conoscenza della lotta per la liberazione, della Costituzione italiana e di quella europea.